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In primo piano

COMUNICATO della Società Sportiva Fornese:
Ad inizio novembre, dopo la grande tempesta alluvionale, ci sembrava impossibile riuscire nell'impresa, invece ecco che la pista di sci nordico di Forni di Sopra é stata completamente ripristinata.

Grazie allo sforzo della Protezione Civile Regionale, del comune di Forni di Sopra, di Promoturismo FVG e dei volontari della Società Sportiva Fornese, i lavori sono stati completati in tempo per la stagione invernale.
Il responsabile dello sci di Fondo Marco De Santa e l'Ufficio tecnico Comunale di Forni di Sopra hanno seguito giorno per giorno i lavori che hanno ridato forma ad una delle piste di sci più apprezzate della nostra regione.

Oggi anche l'impianto di innevamento è stato collaudato e messo in funzione in vista del previsto calo delle temperature. I "cannoni spara neve" inizieranno dalla settimana entrante ad innevare la pista, confidando che anche la neve naturale prima o poi arriverà.
Sulla nostra pagina Facebook verranno date informazioni sulla data di apertura del Centro Fondo di Forni di Sopra.

Grati per la condivisione, si saluta
Società Sportiva Fornese
Forni di Sopra
Dolomiti Friulane

Sport e avventura a Forni di Sopra

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Mappa del divertimento a Forni di Sopra

 

 

Monsignor Fortunato De Santa, il fornese più illustre.

Fortunato De Santa nacque a Forni di Sopra il 9 agosto 1862, da Giovan Battista ed Anna Pavoni, modesta ed esemplare famiglia della frazione di Vico.

monsignor fortunato de santa fornidisopra

La storia del Vescovo Fortunato De Santa, tratta da "Forni di Sopra" di Lodovivo Zanini:

Compiuti gli studi elementari in paese, avendo egli espresso il desiderio dì farsi sacerdote, venne avviato al seminario di Udine, dove si fece subito notare, oltre che per intelligenza e profitto, per l'indole aperta e cordiale che gli meritava la simpatia e l'amicizia di tutti. A vent'anni sospese gli studi per il servizio militare, divenne un alpino autentico, stimato e benvoluto dai commilitoni non meno che dai superiori. Ed in capo ad un triennio, tornò al suo banco in seminario. Ordinato sacerdote nel 1888, assumeva l'ufficio di cappellano del suo paese, e poi, nel 1895, quello di parroco. Così, dopo esser stato zelante cooperatore, affrontava la piena responsabilità della sua missione, che svolse con la generosa sollecitudine d'un vero padre dei suoi fedeli. Prime cure di don Fortunato: dar nuovo impulso alle confraternite già esistenti, e promuovere con ogni assiduità la formazione religiosa sia dei fanciulli sia degli adulti, giovandosi in questo d'un suo prezioso dono: la parola facile ed avvincente, piana, ma ansiosa di un bene spirituale che doveva essere luce e conforto anche nelle più comuni vicende. E questo ideale e insieme realistico modo di sentire, lo indusse a preoccuparsi della stessa vita materiale dei suoi parrocchiani, ai quali soleva parlare di forme associative che potevano promettere vantaggi per tutti e per ciascuno. Quindi, se li vide intorno collaboratori già convinti, allorché volle fondare una Cassa Rurale ed una Cooperativa di consumo; due istituzioni che, grazie alla sua competenza di amministratore, contarono in breve tra le meglio avviate della provincia. Del pari ben disposti li trovò anche in seguito, quando propose loro di stringersi in una società di mutuo soccorso, che tutti affratellasse nel concreto esercizio della carità cristiana, e desse modo altresì di istruirsi; i giovani seguendo corsi di arti e mestieri, gli altri presenziando alle serate di un circolo di cultura; due istituzioni cui egli attese con l'innata sua vocazione di educatore. A questo punto, egli dovette chiedersi se al paese poteva donare dell'altro. Si, l'onesta possibilità d'uno svago, opportuna specialmente nelle lunghe invernate. E allora, il provvido e umanissimo parroco non esitò ad accollarsi l'impegno di allevare una compagnia filodrammatica ed un corpo filarmonico: oneroso eppur grato impegno, se a taluni porgeva occasione di imbastir qualche cosa sopra una modesta scena, e ad altri di intronare il prossimo solfeggiando dinanzi a qualche rigo di musica. Tante sono le vie per tirar su un paese; e tante dovettero figurare in un suo antico programma, se per farsi curatore d'anime egli aveva anche meditato su qualche libro di pedagogia teorica e pratica. Nella buona stagione, poi, che purtroppo disperdeva tutti gli artigiani in lavori all'estero, egli poteva concedersi il sollievo delle gite in montagna; ma per andarvi alla ricerca di piante rare e di rocce fossilifere, e riportarne degli esemplari per e sue collezioni, riordinate con la diligenza ed i criteri d'un appassionato di geologia e di botanica. E fu così che professori e naturalisti di grido, capitando a villeggiare a Forni, conobbero il dotto parroco e ne sollecitarono anche la collaborazione. E sappiamo che don Fortunato coltivò relazioni di studio specialmente con Torquato Taramelli, scienziato largamente noto per le sue memorie intorno ai problemi di botanica, di geologia ed idrologia del Friuli. E come sempre, anche in queste ricerche egli colse il destro di giovare ai parrocchiani; a loro infatti destinava un manualetto di nozioni per una più redditiva coltura agricola di montagna; ed un elenco di piante medicinali, di cui annoverava 66 specie, con l'indicazione delle virtù curative e del modo di trattarle per farne medicamenti. Senonché tutto questo fervore di opere egli dovette interrompere nel 1906, quando superiori ed estimatori lo vollero alla direzione del seminario udinese. All'istituto che gli aveva dato il primo avviamento, egli recò il tesoro della sua esperienza, insieme con l'alto e puro concetto della missione alla quale appunto erano destinati i suoi giovani allievi. Quindi, egli impegnò tutte le proprie energie nel promuoverne la formazione spirituale, nel farsi loro guida ed esempio nello studio, nella pietà, nel pratico esercizio del sacro ministero. Per esser brevi diremo con mons. Trinko che Fortunato De Santa fu anche in seminario l'uomo della Provvidenza: tutto per tutti.

Nel 1914 venne nominato Vescovo di Sessa Aurunca, missione che accettò con l'abituale suo spirito di umiltà, e soprattutto nel convincimento che quella era la volontà di Dio. Doveva andare incontro ad un mondo affatto nuovo, per costumi ed inveterato modo di pensare ed operare tanto diverso dal nostro. In breve, però, si venne a sapere che fin dal primo ingresso in quella diocesi, la ma parola piena di fervore, e quell'aria di santità che spirava dal suo volto, avevano fatto una grande impressione. Poi, la chiara fermezza dei propositi, l'attività instancabile e, in particolare, il fulgido esempio che dava in pubblico e in privato, avevano fatto il resto; avevano cioè, vinto ogni diffidenza, e indotto clero e popolo a rispondere con sincerità ed anche con entusiasmo alle sue apostoliche premure. In passato egli aveva già steso una scelta di sermoni in cui delineava ben chiaro — nei limiti, nella forma, nello spirito — il programma d'azione che più gli stava a cuore. Riesumò ed anche ampliò tali premesse, fornendo alla stampa un ulteriore contributo di articoli esortativi; il che valse ad apportargli nuovi e più ammirati consensi, e non senza propositi di speciali manifestazioni in suo onore. Allora egli si dette la pena di schivare ogni pubblico attestato ed ogni onorificenza che potesse, come suol dirsi, dare nell'occhio. Ma si trovò egualmente a dover declinare più d'una pressante offerta di sedi più comode, o d'un livello più elevato. Ed ai confidenti che non sapevano rendersi conto di tali dinieghi, rispondeva che, accettando, gli sarebbe parso di venir meno al mandato commessogli dal Santo Padre, che nell'inviarlo a Sesso gli aveva caldamente raccomandata quella diocesi.

Dopo cinque lustri di quell'infaticato lavoro, assai di rado interrotto per un breve ritorno alla pace dei suoi monti, egli si trovò esausto ed ammalò. Riavutosi d'improvviso, che parve miracolo, lo colse una ricaduta che lo portò alla fine: il 25 febbraio 1938. Una folla immensa tra cui numerosi vescovi al seguito del Cardinale Arcivescovo di Napoli intervenne alle sue esequie, che ebbero il tono e la solennità d'una glorificazione. E si disse che in quell'ora tutti ebbero la convinzione di trovarsi alla presenza delle venerate spoglie d'un santo.

Si concludeva cosi il lungo e fecondo episcopato, iniziato nel 1914, di questo illustre presule di Forni di Sopra il cui ricordo, a 80 anni dalla morte, è ancora straordinariamente vivo tra quanti ebbero la fortuna di conoscerlo.


Fortunato De Santa scoprì una primula che cresce soltanto a Forni di Sopra e dintorni...

primula wulfer

Nel duomo di Sessa Aurunca una lapide posta all'inizio della navata di destra ricorda il luogo dove riposano le spoglie di monsignor Fortunato De Santa, nato, è scritto sulla lapide, in oppidulo vulgo Forni di Sopra (nella piccola città chiamata Forni di Sopra). Monsignor De Santa, oltre che per le sue virtù di vescovo «santo e dotto», é ricordato in Campania e in Friuli per i suoi numerosi scritti (era collaboratore, tra l'altro, del Corriere del Friuli e ha lasciato numerosi volumi tra cui uno sulle origini della cattedrale di Sessa Aurunca) e per la sua attività di studioso di scienze naturali, in particola re di botanica e geologia.' In questo campo fece studi approfonditi sulle origini e sulle trasformazioni subite nei secoli dal suo paese, Forni di Sopra, e dai paesi vicini.

Nel suo libro Elenco delle piante medicinali che crescono nel territorio di Forni di Sopra (Tipografia del patronato. 1901), De Santa descrive una particolare varietà di primula da lui scoperta, la Primula Wulfeniana Schott, che cresce, unica in Italia, soltanto a Forni e dintorni. Per i suoi studi di botanica, l'umile Prè Natu (cosi i parrocchiani di Forni chiamavano affettuosamente il futuro vescovo) fu insignito della croce di cavaliere.

Giovanni Maria Anciuti (Anziutti)

il famoso costruttore di strumenti musicali.

Ricerca di: Francesco Carreras, Cinzia Meroni

L’attività di costruttore di strumenti a fiato di Giovanni Maria Anciuti (Forni di Sopra 1674 - Milano 1744) si svolse prevalentemente a Milano ma, come sarà dimostrato nel seguito, i suoi rapporti con Venezia, e col paese d'origine, Forni di Sopra, furono frequenti per ragioni professionali e famigliari.

particolare strumento giovanni maria anciuti

L’eccezionale maestria e l’inventiva che Giovanni Maria Anciuti impiegava nella fabbricazione di strumenti a fiato, utilizzando spesso materiali preziosi quali l’avorio e l’argento o l’essenze, rare al tempo, del palissandro e del grenadiglio, e la raffinatezza dell’esecuzione costruttiva ricca di soluzioni originali fanno di questa figura milanese uno dei più noti e apprezzati costruttori di strumenti musicali della prima metà del Settecento.

oboe particolare giovanni maria anciuti chiaveMolto è già stato scritto su questi aspetti del lavoro di Anciuti, che non saranno quindi ripresi in questo articolo. Tuttavia, questo famoso costruttore era fino ad oggi conosciuto solo per i numerosi strumenti che portano il suo nome. Nessun documento o indizio a lui riferibile era mai emerso, nonostante intense ricerche negli archivi di Milano e altrove. Si ipotizzava che il cognome Anciuti potesse essere uno pseudonimo, coniato sulla parola ancia. La presenza di un leone alato di San Marco, simbolo di Venezia, su molti dei suoi strumenti poteva richiamare un legame commerciale con la Serenissima.

Tutte queste considerazioni, corredate da una lista di tutti gli strumenti noti di Anciuti, sono esposte ed ampliate nell’articolo sull’oboe d’avorio del Museo Civico del Castello Sforzesco a Milano. Queste ipotesi sono state nel tempo riprese in diversi cataloghi di musei, in repertori e articoli, ultima in ordine di tempo la pubblicazione redatta in occasione della mostra Meraviglie Sonore, tenuta a Firenze nell’autunno del 2007. Le date impresse sugli strumenti conosciuti di Anciuti vanno dal 1709 al 1740 ed è appunto intorno a questo arco temporale che si svolse presumibilmente l’attività produttiva del costruttore. Solo su due strumenti compare il nome completo “Ioannes Maria Anciuti” [Anciutus sul flauto dolce doppio], mentre su tutti gli altri è inciso solo «Anciuti» e molto spesso l’anno di fabbricazione.

Ricerche sui costruttori di strumenti a fiato a Milano e scoperta del primo documento su Giovanni Maria Anciuti. Queste erano dunque le informazioni disponibili su Anciuti all’inizio del 2007, quando ha preso avvio una ricerca sistematica sui costruttori milanesi di strumenti a fiato, con l’obiettivo di ricostruire e documentare la storia della produzione dei fiati, avendo come base di partenza i pochi studi su Milano. Per il Settecento poi, su cui si sono concentrate le prime indagini, esistevano al momento di iniziare questo progetto solo scarne informazioni relative a pochi nomi. L’attenzione è stata focalizzata inizialmente sugli archivi parrocchiali dei quartieri intorno al Duomo, su atti di varia natura dell’archivio di stato e della biblioteca Trivulziana. E’ proprio dall’esame di alcuni fondi notarili di fine Seicento che è emerso un documento contenente il nome di Giovanni Maria Anciuti, che ha permesso di avviare un filone di ricerche da cui sono scaturiti risultati concreti relativamente alla sua identità e attività: è stata, infatti, rinvenuta la dotis confessio della sua futura sposa, datata Milano, 30 ottobre 1699. Conservato tra gli atti del notaio milanese Francesco Domenico Poroli, questo documento, che rimane l’unico atto notarile relativo a G. M. Anciuti finora conosciuto in ambito milanese, ha fornito alcune informazioni fondamentali, a partire dalle quali è stato possibile tracciare un percorso di ricerca che si è sviluppato in più direzioni.

Alla dotis confessio, che reca la data del 7 ottobre 1699 in Milano, si legge: In nome d’Iddio. Con la presente che havrà forza di pubblico Instromento. L’infrascritto Signor Giacinto Vanotti figlio del quondam Ambrosio qual abita in P. O. [Porta Orientale] P. [Parrocchia] di S. Salvatore in Zenodochio di questa Città, promette di dare la Signora Giuliana sua figlia per Legittima Consorte al Signor Giovanni Maria Anciuti figlio del Signor Antonio del Loco della Pieve del Forno di Sopra Stato Veneto, e che di presente dimora in P. R. [Porta Romana] P. [Parrocchia] di S. Satiro di Milano qui presente, e che promette di ricevere la D.a [Detta] Signora Giuliana Vanotti per sua Legittima Moglie Servata però prima la dovuta Solennità della S. Madre Chiesa, e del Sacro Concilio Tridentino. Con dote da lire Mille in denari contanti moneta di Milano dico £ 1000 Imperiali da pagarseli nell'atto che seguirà il Matrimonio, oltre la scharpa con un abito di Sposa ed altre cosse per uso d'essa Signora Giuliana per l'importanza in tutto di lire Cinquecento Imperiali, a qual effetto dovrà seguire la stima d’un perito confidente d'ambe le parti, per inserirle nell’Instromento dotale nel quale detto Signor Giovanni Maria dovrà obbligarsi per la restituzione tanto delle dette lire Mille, quanto della detta Scharpa, Vestito ed altro da stimarsi come sopra, o del loro valore sino al compimento della medesima somma in caso detta dote si debba restituire perché così. Et in oltre il Signor Giovanni Maria dovrà costituire a detta dote un augumento de lire Trecento Imperiali, qual dovrà subire l'istesso privilegio di dote, come sin d'hora per allora costituisse detto aumento di £ 300, succedendo però il Matrimonio. Che la suddetta dote di £ 1500 Imperiali compreso la Scharpa, e Vestito e come sopra si è per piena e compita satisfatione di tutto ciò che detta Signora Giuliana e detto Signor Giovanni Maria suo futuro consorte possino havere pretendere e conseguire da detto Signor Giacinto e sua Casa tanto per raggione Paterna quanto Materna in Causa di dote e suoi dipendenti ancorché potesse dirsi che le altre sorelle di detta Signora Giuliana avessero avuto, o fossero per havere, maggior dote, mentre si dichiara che detti Signori Giovanni Maria, e Giuliana debbano restar taciti e contenti della dote come sopra costituita nella suddetta somma di £ 1500 Imperiali rinunciando per tale effetto alla disposizione di qualunque lege, o statuto che parlasse in contrario, per essersi di ciò avuto particolar riguardo nel concordare e stabilire il Matrimonio salva però la Raggione alla detta Signora Giuliana e suoi figli se ne havrà per la successione nell'heredità paterna, e materna egualmente con le altre sorelle o come sarà di Raggione in caso che il Padre e la Madre di detta Signora Giuliana morissero senza far testamento. Che il presente si debba ridurre a pubblico Instromento per la sua total osservanza alla quale fra tanto l'una e l'altra parte vicendevolmente si obbliga anche sotto lite. Et in fede. Io Giacinto Vanotto affermo e prometto come sopra Io Giovanni Maria Anciuti affermo e prometto come sopra.

Ecco dunque delinearsi un primo quadro e precisarsi i contorni attorno alla figura di questo eccezionale artefice, tanto noto ed apprezzato per i suoi raffinatissimi strumenti quanto sfuggente sotto il profilo della ricostruzione biografica. In primo luogo, appare chiaro come quello di Anciuti non sia uno pseudonimo di derivazione professionale (da ancia), bensì un nome proprio, non presente a Milano in quanto originario della Carnia. Viene offerta, poi, una delle possibili ragioni del legame di Anciuti con la città di Milano, ossia il matrimonio contratto con una giovane donna milanese, Giuliana (anche nota come Giulia) Vanotti di Giacinto, oltre che un terminus ante quem dell'effettivo trasferimento di Giovanni Maria a Milano, sotto la parrocchia di S. Satiro. La consistenza stessa della dote, considerando anche l'«augumento de lire Trecento Imperiali» da parte dello stesso Anciuti, permette di formulare una prima ipotesi su quale dovesse essere il suo status sociale all'epoca del matrimonio. Una stima approssimativa del valore attuale di 1500 lire imperiali può essere ricavata rapportando tale cifra alla paga mensile di un suonatore professionista che nel primo Settecento poteva andare dalle 18 alle 24 lire mensili. Utilizzo degli indizi raccolti per avviare un piano di ricerche su Anciuti: le ricerche a Forni di Sopra Ma il dato più importante, che emerge da questo documento, è quello della provenienza di Giovanni Maria Anciuti, nativo «della Pieve del Forno di Sopra» (oggi Forni di Sopra, in provincia di Udine) nello Stato Veneto, che permette di chiarire le ragioni della presenza, quasi costante, nel marchio apposto ai suoi strumenti del leone alato di S. Marco, simbolo della Repubblica di Venezia, relativamente al quale l'ipotesi finora più accreditata era quella che Anciuti lavorasse su commissione o sotto il patrocinio della Repubblica Veneta.15 Sembra che anche l'immagine impressa sopra al nome sugli oboi d'avorio senza data di Parigi e di Londra,16 interpretata prima come la raffigurazione di un uccello, rappresenti con ogni probabilità ancora un leone.17 Il dato della provenienza, assieme all'identificazione della paternità di Giovanni Maria Anciuti, ha reso disponibili le coordinate necessarie per l'avvio della ricerca, che si sarebbe dovuta svolgere a Forni di Sopra e a Udine. Sfortunatamente, il 18 agosto del 1748 una disastrosa alluvione ha distrutto tutta la documentazione conservata fino a quella data presso l'Archivio Plebano di Forni di Sopra, che avrebbe potuto fornire a questa ricerca informazioni relative almeno al primo ventennio circa di vita di Anciuti, quasi sicuramente trascorso nel luogo natale. Oltretutto, tutti i documenti posteriori a quella data sono di relativo interesse ai fini della ricostruzione della vita e dell'attività di Anciuti che, come si vedrà più avanti, morì a Milano nel 1744. Indicazioni di carattere più generale sugli Anciuti sono emerse dal Registro dei morti conservato presso l'Archivio Plebano di Forni di Sopra, che, pur partendo dal 1748, elenca personaggi nati dal 1693 in avanti. Dall'analisi di questo registro sono emersi due ceppi di Anciuti, conosciuti oggi come Anziutti ramo Colet-Timilin e ramo Piretu, quest'ultimo riconducibile18 ai discendenti dei primi cugini di Giovanni Maria Anciuti, e non a lui stesso in quanto Giovanni Maria era l'unico figlio maschio della sua famiglia. Una visita a Forni di Sopra effettuata nel 2008 ha permesso di individuare molte delle proprietà elencate nell'inventario redatto alla morte del padre di Giovanni Maria.

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DOLOMITI ADVENTURE PARK

dolomiti adventure park forni di sopra

Parco avventura a Forni di Sopra

Il Dolomiti Adventure Park, situato lungo il greto del fiume Tagliamento, è dotato delle più moderne ed esclusive attrazioni “naturali” ovvero sistemi di passaggio in altezza tra un albero e un altro mediante funi, passerelle, reti, pioli e teleferiche. Ma la novità assoluta e più adrenalinica, in esclusiva nazionale, è il Powerfan. Si tratta di un sistema che permette mdi tuffarsi dalla cima di un albero con un salto nel vuoto di quindici metri. L’offerta è studiata anche per i bimbi più piccoli: 70 piazzole raggruppate in 8 percorsi. Dal percorso per bimbi fino a 2 anni a quello per ragazzi o adulti, dal più semplice al più avventuroso, e mentre i più piccoli possono divertirsi tra i gonfiabili del Fantasy Park, i ragazzi più temarari possono cimentarsi nelle scalate più impegnative dell’Adventure Climb Varmost. E' un'eccitante avventura in completa sicurezza assicurati attraverso imbracature fornite dall'organizzazione

Il Dolomiti Adventure Park di Forni di Sopra è il più grande parco avventura del nor est italia in grado di soddisfare ogni aspettativa:gli ospiti più piccoli potranno provare l'ebrezza dei itinerari più semplici, gli adulti e i ragazzi più coraggiosi troveranno di che divertirsi sui 5 tracciati a loro dedicati.

Ideale per gruppi e centri estivi, anche al di fuori dai giorni e dagli orari di apertura. I nostri istruttori guideranno i ragazzi per tutta l'attività, garantendo uno standard di sicurezza altissimo.

Aperto nei weekend e... da luglio tutti i giorni! 

Scopri di più sul parco avventura di Forni di Sopra...

 


 

Filo dei Ricordi, museo etnografico di Forni di Sopra.

Storia, descrizione orari di apertura e foto museo di Forni di Sopra.

La secentesca casa rurale della "Busa", un tempo alloggio di uomini e animali, dove accanto ai lavori agricoli non mancavano quelli legati al ferro e alle fibre tessili, è stata oggetto di un recente restauro. Con la sua apertura al pubblico la struttura abitativa è stata nominata "Ciasa dai Fornés" e al piano terra ospita una esposizione intitolata "Il filo dei ricordi".

Fino allo scoppio della Grande Guerra la vita socio economica degli abitanti della Carnia era caratterizzata principalmente da due attività lavorative, l'agricoltura e la tessitura, che si alternavano e si intersecavano fra di loro nei diversi mesi dell'anno.

In inverno i "Cràmars" (dai Canali di Gorto e San Pietro) e i "Tesseri" o "Tisidous" (dai canali di Socchieve e del Tagliamento) emigravano verso le terre della Serenissima e degli Asburgo. Questi artigiani lavoravano in casa le materie prime necessarie alla tessitura, ricavate dalle attività lavorative dell'epoca o dalla natura: la lana proveniva dalle numerose pecore, la canapa ed il lino dai campi della valle e le caratteristiche tinte gialle, verdi e rosse ricavate dai vegetali.

Nel museo troverai esposti raffinati indumenti, strumenti di lavoro, coperte dai tipici disegni, tessuti colorati e arredi. Spiccano inoltre i delicati ricami ad ago e uncinetto legati alle "doti" femminili.

Una parte del museo è poi dedicata alla produzione familiare degli esclusivi "scarpéts": tipica calzatura carnica di velluto prodotta assieme alle floreali ciabatte. La lavorazione di queste calzature è fatta esclusivamente a mano, dalle suole trapuntate alla tomaia, al ricamo, un vero e priprio prodotto da boutique!

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Ingresso gratuito

Orari di visita al museo etnografico di Forni di Sopra:


Luglio e agosto dalle 17.00 alle 19.00

Vacanze di Natale: tutti i giorni dalle 16.00 alle 18.00

Negli altri mesi su chiamata
c/o PromoTurismoFVG Forni di Sopra
Tel. +39 0433886767

Museo "Il filo dei ricordi"
Via Nazionale - fraz. Cella
33024 Forni di Sopra


Alcune foto del museo di Forni di Sopra, "Filo dei ricordi":


 

 

Area Faunistica Parulana - Forni di Sopra

Orari di apertura e visita


L’Area Faunistica Parulana di Forni di Sopra é visitabile per tutto il mese di maggio nei giorni di sabato e domenica dalle ore 11.30 alle 13.00

Area faunistica parulana - forni di sopra

L'area faunistica Parulana fo Forni di Sopra  è una parentesi di habitat in cui osservare gli animali diviene possibile per tutti. Nell'ambito della progettazione, è stato considerato pertanto che alla offerta materiale di animali e ambienti, si accompagni anche un'offerta didattica, che spinga a capire le specie e il loro ruolo nell'ecosistema, ma che spinga anche al rispetto per la fauna e alla consapevolezza che solo attraverso un comportamento idoneo, silenzioso e rispettoso, l'incontro tra uomo e animale diviene possibile e memorabile. Volendo educare alla natura, anche nei nostri recinti l'osservazione degli animali non è scontata, può richiedere tempo e pazienza. Si è voluto che anche nei recinti, l'animale avesse un habitat naturale che gli conservasse la libertà di non mostrarsi; una libertà che dovrebbe insegnare all'utente che l'animale non è una merce in esposizione, ma un regalo della natura. (Dr. Antonio Borgo, esperto faunista).

Leggi di più nella pagina dedicata all'Area Faunistica di Forni di Sopra

 

 

 

 

Parco Naturale delle Dolomiti Friulane

LE DOLOMITI FRIULANE:

L’emozione vi coglie al primo contatto, bastano pochi passi e vi troverete subito in un paradiso naturale incontaminato. Estese vallate, prive di viabilità principale e di centri abitati, si addentrano tra vette dolomitiche elevando il Parco Naturale delle Dolomiti Friulane al grado di “wilderness”, ideale per escursioni di tipo naturalistico ed il trekking. Lontano dalla confusione cittadina e dal logorio della vita moderna, ci si trova in una quiete silenziosa, fattore importante per migliorare la qualità della vita. Camminate contemplative, scalate su roccia; osservare la natura o semplicemente rilassarsi in un dolce far niente.
 

I protagonisti del parco

Voler volare, è il primo desiderio che vi prende quando osservate in silenzio il maestoso volo dell’aquila reale, unica vera regina di ogni valle. Oppure la voglia di saltare come il branco di stambecchi che potreste incontrare lungo i ripidi sentieri. Tutto il Parco Naturale delle Dolomiti Friulane pullula di vita, è facile incontrare, sul vostro cammino, gruppi di caprioli, camosci e cervi. Vedere galli forcelli o galli cedroni fuggire al vostro passaggio. Osservare giovani marmotte rincorrersi. Momenti indimenticabili! 
 

L’inverno tra neve e ghiaccio

D’inverno invece, il Parco Naturale delle Dolomiti Friulane brilla di una luce particolare ed il paesaggio diventa fiabesco. Passeggiate con sci da fondo o con racchette da neve, sci alpinismo per luoghi silenziosi e pieni di magia, si organizzano corsi di arrampicata su cascate ghiacciate che rappresentano le attrazioni da brivido che potete provare nei mesi invernali. Riscoprite il lato positivo del sottozero!


L’estate tra profumi e colori

Immaginatevi un cielo blu intenso, valli verde brillante, montagne rosse per il tramonto, sentire il gorgoglio dei limpidi ruscelli: ecco, voi siete nel Parco Naturale delle Dolomiti Friulane. 37.000 ettari di colori e profumi. Rimarrete incantati davanti alla bianca e delicatissima Arenaria di Huter o dalla Genziana di Froelich dall’azzurro intenso, mentre il profumo della natura infonde una sensazione di benssere immediata. Ovunque si respira freschezza, odori forti come il pino mugo, oppure delicati come quello dell’orchidea selvatica.


Le fantastiche guglie delle Dolomiti Friulane

NEL VIDEO: Monti di Tor, gruppo del Cridola a Forni di Sopra. Punta Savorgnana, m. 2360, ascensione partendo dal Rifugio Giaf.

Circondato dalle guglie dei Monfalconi, che si stagliano verso il cielo al centro di un catino glaciale, ecco che si innalza, solitario e ieratico, il Campanile di Val Montanaia, simbolo universalmente delle guglie dolomitiche. Il campanile di Val Montanai si può raggiungere da Forni di Sopra seguendo l'itinerario: Rifugio Giaf, Forvcella Cason, Bivacco Marchi Granzotto, Forcella del Leone, Forcella Cimoliana.
La Val di Suola e la Valle di Giaf  sono l'ingresso verso le maestose pareti dei Monfalconi, del Cridola e del Pramaggiore, circondati da guglie infinite. 
 

escursionismo Campanile di Val Montanaia


IL PUNTO PANORAMICO SULLE DOLOMITI FRIULANE:

dolomiti friulane forni di sopra

Esiste un luogo che consente una vista straordinaria sulle Dolomiti Friulane: La malga Varmost, situata a quota 1800 metri é una vera e propria finestra sulle Dolomiti. Da qui tutti possono ammirare l'intera catena montuosa delle Dolomiti Friulane, dal monte Pramaggiore ai Monfalconi, al gruppo del Cridola e poco più in la, le Tre cime di Lavaredo, ed i grandiosi Antelao, Cristallo, Sorapiss, Pelmo, Civetta, Marmolada. La malga Varmost è facilmente reggiungibile con le omonime seggiovie, d'invermo per sciare e d'estate per le escursioni lungo il sentiero delle malghe ed il panoramico Monte Simon.

 

Centro visite del Parco Naturale delle Dolomiti Friulane

Mostra: "la vegetazione nel Parco"

parco dolomiti friulane

Parco delle Dolomiti Friulane
Via Vittorio Veneto 1 - Forni di Sopra
Ingresso gratuito
 
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Foto di Forni di Sopra e delle Dolomiti Friulane

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Rievocazione storica Castello di sacuidic

Spettacolo Medievale a Forni di Sopra

in occasione della Festa dei Funghi 2018 a Forni di Sopra

 

 


Castello di Sacuidic

Vista al sito archeologico

castello di sacuidic

I  resti  del  castello  di  Sacuidic,  sito  nel  territorio  comunale  di  Forni  di  Sopra,  in  provincia  di Udine, sorgono in prossimità dell'antica strada e guado sul fiume Tagliamento che per molti secoli hanno permesso il passaggio di truppe, carovane di merci e pellegrini dall'Adriatico verso i Paesi del Nord Europa attraverso il passo della Mauria.
La  visita  al  castello,  con  il  racconto  storico  delle  gesta  e  dei  segreti  dei  suoi  fondatori,  é un'esperienza  avventurosa  ed  emozionante  per  grandi  e  piccoli  e  rappresenta  la  meta  ideale  per trascorrere una giornata estiva culturalmente impegnata e divertente.
Il  castello  è  una  meta  amata  da  scuole  e  visitatori  di  ogni  tipo ed è facilmente raggiungibile dal centro di Forni di Sopra attraverso una piacevole passeggiata.

Un sistema di cartelli informativi spiega al visitatore la portata degli scavi, le varie fasi dell'insediamento del castello, come si viveva a quel tempo e le varie operazioni che sono state effettuate per il recupero del sito. Dopo un primo intervento, effettuato con sistemi dell'epoca, oggi arcaici, di  che scavò la zona nel 1891, oggi le vestigia del castello hanno rivisto la luce.


STORIA DEL CASTELLO DI SACUIDIC:

Il castello è stato datato attorno alla fine del XII secolo, quando fu stato distrutto da un violento incendio. Un atto voluto probabilmente dai Savorgnani, che nel 1326 acquisirono la proprietà dei Forni Savorgnani (attualmente Forni di Sopra e Forni di Sotto), per porre fine ad una attività clandestina. Fra i reperti salvatisi dall'incendio sono state rilevati diversi lingotti e cerchi di metallo utilizzati per coniare monete false. Con la distruzione della zecca clandestina, si è conclusa pure la vita del maniero. Fra i resti però sono stati trovati alcuni reperti, bicchieri di vetro, rari all'epoca, punte di frecce da guerra e venatorie, una corazza ed altri oggetti di valore, che inducono a pensare ad una precipitosa fuga da parte dei falsificatori che abitavano il castello stesso.

Sacuidic ai suoi tempi doveva indurre terrore nella gente locale: dovrebbe significare, dallo sloveno “Za Hulicu”, luogo del diavolo (Cià dal diaul in fornese), oppure più semplicemente luogo di vedetta (dal latino “sacculus vidi”) in quanto si trova su uno sperone roccioso che sovrasta il fiume Tagliamento all’imbocco del torrente Ruodia.


RECUPERI ARCHEOLOGICI:

Nel 1891 Alexander Wolf esplorò e scavò nei ruderi del castello medievale recuperando parecchi reperti. Sebbene definita sommaria, l'esplorazione del Wolf ha permesso di recuperare il maniero, che nel frattempo aveva continuato a deteriorarsi.
Nel 1999, il Comune di Forni di Sopra ha inserito la località di Sacuidic come "Sito di interesse archeologico".
Nel 2002 si è realizzata di una pista forestale per raggiungere il sito.
Nel 2004 tutti i proprietari hanno favorito l'acquisto dei terreni a completamento dell'iter burocratico e si è ottenuta la prima concessione per gli scavi archeologici.
Nel 2005 si è ottenuta la seconda concessione e sono così iniziate le campagne scavi curate dall’università di Venezia sotto la direzione dell’Architetto Fabio Piuzzi con il duplice obiettivo della ricerca e del consolidamento dei reperti murari già messi in luce. Le campagne scavi si sono protratte per alcuni anni. Nei lavori sono stati coinvolti gli studenti universitari ed i volontari fornesi di del gruppo “For da Difiendi” diretti da Alfio Anziutti, per la disponibilità e l’entusiasmo di tutti e per l’ormai rara competenza artigianale di alcuni nel lavorare, con la perizia e la manualità della tradizione fornese, la pietra locale.

recupero castello di sacuidic

Un recupero di un centro archeologico, ma che oltre ad avere valenze storiche (si tratta di un castello distrutto da un incendio probabilmente appiccato dai soldati del Savorgnan che nel 1336 presero possesso dei Forni Savorgnani), si trova in un contesto di visite che aumentano la qualità e la quantità dell'offerta turistica del centro dolomitico carnico. Dopo 4 anni di scavi, recuperato al 75% (mancano le parti che sicuramente erano edificate in legno, ma di cui non si hanno notizie certe) manca ancora un'ultima opera: mettere in un quaderno quanto rilevato: lavoro che si effettuerà per il prossimo anno, ora l'antico maniero, "unico castello feudale della Carnia" in quanto non successivamente modificato, afferma il direttore degli scavi, l'architetto Fabio Piuzzi, si erge maestoso su uno sperone roccioso sito a 865 metri di quota a sud est della frazione di Andrazza, su rilievi prospicienti al fiume Tagliamento. Si presume che Saquidic fosse un castello che poteva ospitare una ventina di persone: cinque, sei di origine nobile, feudatari o capitani dei signori di Nonta di Socchieve, e una quindicina di armigeri o servi, eretto fra il XII e XIV secolo, dove, negli ultimi tempi, si svolgeva anche una lucrosa attività di zecca clandestina. Fra i reperti venuti alla luce, conservati dopo essere stati sottoposti ad opera di restauro, alcuni lingotti di rame e tondelli monetali senza conio, che servivano appunto per battere moneta falsa.

Nel 2008 è stato pubblicato il libro: "SACQUIDICH PRESSO FORNI SUPERIORE" degli autori Autore: Sauro Gelichi, Fabio Piuzzi, Alessandra Cianciosi.
Il volume costituisce la prima pubblicazione relativa ad un progetto di ricerca sull’archeologia dell’alta valle del Tagliamento. I dati emersi dallo scavo hanno evidenziato la breve durata dell’arco di vita del castello (fine XII?-terzo quarto del XIII secolo) e la sua caratteristica di struttura inizialmente militare e successivamente militare/residenziale. Nella fase finale del sito è stata riscontrata la presenza di una attività di contraffazione monetaria cessata con l’incendio, forse doloso, che decretò la fine del castello.

La presenza di resti archeologici del castello di Sacuidic, rappresenta una risorsa, un'occasione per lo sviluppo del turismo culturale, un'offerta in più agli ospiti di Forni, che possono godere di una felice sintesi di bellezze ambientali e reperti archeologici.

Informazioni sulle visite castello di Sacuidic

 

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Le Chiese di Forni di Sopra

Monumenti storici nelle Dolomiti Friulane.

 

CHIESA PARROCCHIALE SANTA MARIA ASSUNTA, frazione Cella a Forni di Sopra

chiesa parrocchiale s maria assunta forni di sopra

A Forni di Sopra, in corrispondenza d’una strettoia nell’abitato di Cella (quota m.901) sorge la Chiesa Parrocchiale.
La prima notizia d’una chiesa in questo sito risale al 1205, quando gli archivi registrano le dispute tra i due Forni per stabilire la preminenza d’una delle due parrocchie. Ad averla vinta fu Forni di Sotto, dalla cui Parrocchia Forni di Sopra si staccò definitivamente solo nel 1445, quando già l’edificio originario era stato completamente rifatto. Il grande edificio attuale è del 1835-41, il campanile (che è il più alto della Carnia) fu iniziato nel 1776 e terminato nel 1860.
Questa chiesa è interessante, più che non per se stessa, per quanto contiene, e cioè tre bellissimi altari lignei dei Comuzzi.
Il più pregevole, il primo a sinistra (1646), racchiude un’ancora di Domenico da Tolmezzo (circa 1500). Quest’ultima non è firmata ma l’attribuzione a Domenico è ormai accettata da tutti gli studiosi.
E’ a dieci scomparti, su due piani. In mezzo, sopra il Cristo morto tra i Santi Gregorio Magno, Lorenzo, Vito e Maurizio a mezza figura. Sotto, i Santi Sebastiano, Giovanni Battista, Giacomo Maggiore e San Rocco (o sant’Osvaldo). E’ opera della piena maturità di Domenico, ormai libero dal gotico e capace di esprimersi in modo essenziale e vivace. Al centro, dove forse c’era un Cristo flagellato, c’è una Madonna dello stesso Comuzzi, scultore dell’altare: è firmata e datata. E’ opera sobria e rigorosa: la Madre severa e imponente, ma dal panneggio aggraziato, il Bambino in atteggiamento vivace e spontaneo.
Il secondo altare, quello del Rosario, è subito dopo, sempre a sinistra. E’ dei Comuzzi e forse in esso si trovava la Madonna ora visibile nel precedente. In questo altare si vedono 15 medaglioni rappresentanti i misteri del Rosario.
Il terzo altare è sulla parete di destra ed è sempre della bottega dei Comuzzi, ma è meno bello dei precedenti. Sotto la mensa dell’altare si trovano le reliquie di San Teodoro, che hanno una curiosa storia. I resti di questo Santo, rinvenuti in una catacomba romana, furono donati dal Pontefice al Sacerdote Giovanni Colman nel 1842, per la Parrocchiale di Forni di Sopra. Qui però non si potè dare subito degna collocazione alle reliquie, che vennero affidate al Convento delle Clarisse di Udine. Passarono quindi di mano in mano, finchè Forni le riottenne con un processo, ponendole infine, opportunamente restaurate, nella Parrocchiale nell’anno 1898. In Sagrestia sono visibili due statuine di legno sempre del Comuzzi, San Domenico e Santa Teresa, che probabilmente si trovavano ai lati della Madonna sull’altare del S.Rosario. Sulla parete a sinistra, Crocifisso di legno del sec.XV. L’attuale altare maggiore è del 1900 ed è opera dell’architetto Elia D’Aronco, le statue sono di Pochero Celestino.
L’organo, di Beniamino Zanin di Codroipo, fu messo in sede nel 1895. Gli affreschi del coro, infine, salvo quelli del catino dell’abside, sono opera giovanile di Fred Pittino. Il piazzale conteneva l’antico cimitero; da esso si ammira lo stupendo scenario (da sinistra) della Val di Suola, del M. Cimacuta, incombente sulla valle del Tagliamento, dei Monfalconi di Forni e del Cridola (m.2581).


SANTUARIO MADONNA DELLA SALUTE, frazione Vico a Forni di Sopra

santuario madonna della salute forni di sopra

Nell'Anno del Signore 1511 un pellegrino transitò per Forni di Sopra, avendo come meta la locale Chiesa di San Floriano Martire ed il Santuario di Sant'Osvaldo Re e Martire di Sauris di Sotto. Egli portò l'annuncio della peste che infieriva su vastissime zone al di qua e al di la dell'Arco Alpino nonché in vaste aree d’Europa, decimando le popolazioni. I Fornesi, terrorizzati, si appellarono alla protezione Divina mediante l'intercessione della Beata Vergine Maria promettendole, come voto qualora fossero stati preservati dalla pestilenza, di dedicarle una Cappella. Ottenuto il sospirato beneficio, fedeli alla loro promessa onorarono riconoscenti il voto fatto. Nell'Anno Domini 1515, tra l'attuale Santuario della Madonna della Salute ed il Torrente Tollina costruirono un “Oratorio Campestre”, da subito chiamato “al Capitèl dala Madona dala Salût”, dove raffigurarono la Madonna della Salute con ai lati i Martiri Rocco e Sebastiano. La notizia del voto e del modesto Oratorio si sparse velocemente nelle vicine zone di Cadore, Carnia e Val Tramontina e questo divenne oggetto di numerosi pellegrini per una preghiera, un'invocazione, per chiedere una grazia. La costruzione, pur trovandosi vicino al Torrente Tollina venne risparmiata da diverse calamità naturali, anche da quella del 18 agosto 1748 nota ai Fornesi per la “Stua dala Tulìna” che portò grande distruzione.
Verso la metà dell'Ottocento, quando comunque già da tempo le pertinenze della Cappella non riuscivano a contenere le grandi manifestazioni di fede nei confronti della Madonna della Salute, il Parroco dell'epoca Don Niccolò Sala, concorde con la sua Comunità Parrocchiale, inviò all'Arcivescovo di Udine Monsignor Zaccaria Bricito la richiesta volta ad ottenere l'autorizzazione per costruire un Santuario capiente. Era il 22 Gennaio del 1849. Il 31 dello stesso mese l'Arcivescovo autorizzò la costruzione dell’edificio e diede a Don Niccolò il permesso di benedire la posa della pietra d'angolo. Alle ore 10:00 del 1° novembre 1849 venne benedetta e posta in opera la prima pietra e negli anni successivi continuarono i lavori di realizzazione. Il 19 dicembre 1851 la Curia Arcivescovile autorizzò il trasferimento del prezioso affresco della Madonna della Salute con i Santi Rocco e Sebastiano dalla Cappella al Santuario in costruzione. La Sacra effigie venne tolta con scrupolo e traslata nella nuova Chiesa il 31 luglio 1852 ma, nonostante le grandi attenzioni, gli affreschi ai lati della Vergine andarono perduti. Di San Rocco, a sinistra è ora visibile solo la mano, mentre a destra si notano ora solo un ginocchio e parte di due frecce di San Sebastiano. Il 03 Agosto 1852 la Curia autorizzò il Parroco a benedire il nuovo Santuario: il 24 Ottobre dello stesso anno l'edificio di culto venne inaugurato e si celebrò la prima Messa Solenne.
Nel corso del Novecento sono state realizzate le altre pitture presenti nella Chiesa, come anche qualche modifica relativa agli arredamenti interni. Per perpetuare i valori della venerazione dei Martiri Rocco e Sebastiano (le cui effigi erano andate perdute), la Parrocchia diede l’incarico ad un pittore, rimasto ignoto, di realizzare un dipinto su tela che li raffigurasse assieme a Maria Vergine col Bambino, tela poi appesa nel nuovo Santuario sopra la porta della sacrestia. I Fornesi, mèmori di un antico voto, imploravano la protezione di San Rocco: il 16 agosto, giorno della sua ricorrenza, Santa Messa Solenne in suo onore e Processione preceduta dal gonfalone bifacciale decorato con le immagini della Madonna della Salute, di San Rocco, Sant’Antonio Abate e di San Floriano. In quel giorno la tela, da sopra l’ingresso della sacrestia veniva posta sopra l’affresco della Madonna della Salute, costituendone la pala dell’altare. Nel corso degli anni, purtroppo, quella devozione al Martire Rocco è venuta meno e, nel 1958, la tela è stata spostata nella Chiesa Parrocchiale dove arredava la cappella dell’ex altare maggiore “di San Piêri e Pauli”. Il 02 Giugno 2015, il dipinto è stato tolto dalla Cappella della Chiesa Parrocchiale dov’era posto ed è stato riportato alle origini, nel Santuario della Madonna della Salute proprio sopra la porta della sacrestia. Il terremoto del 06 Maggio 1976 lasciò evidenti segni del suo passaggio, segni poi cancellati con il necessario totale restauro della Chiesa avvenuto tra la fine del 2008 e l'estate del 2010. La benedizione dello splendido, e caro ai Fornesi, Santuario restaurato è avvenuta l'11 Settembre 2010 con una magnifica cerimonia alla presenza dell'Arcivescovo Monsignor Andrea Bruno Mazzocato e di moltissima gente. Il completo restauro fortemente voluto dal compianto Parroco Padre Renzo Bon e dai suoi Parrocchiani, ha permesso di ridonare all’edificio, nella sua semplicità, lo splendore delle origini. Da tempo immemore il Santo Rosario del mese di Maggio viene recitato davanti l'effigie della Madonna della Salute; da sempre i bambini della Prima Comunione, prima di portarsi in Processione alla Chiesa Parrocchiale, si raccolgono al cospetto del prezioso affresco, come pure l'8 Settembre i pastori rientrati dalle Malghe il giorno precedente si raccoglievano, fino a qualche decennio fa, nello stesso Santuario.


CHIESA DI SAN GIACOMO, frazione Vico a Forni di Sopra

chiesa san giacomo forni di sopra

La chiesa originaria risaliva al sec.XIV, ma essa subì varie trasformazioni e rimaneggiamenti, e di quell ’edificio rimane probabilmente solo una parte della facciata sotto il portico. La chiesa è a pianta rettangolare, con campanile aggiunto (1928) e con sagrestia a sinistra.
La facciata presenta un campaniletto a vela monoforo, del sec.XVI e un portico alquanto inconsueto, perché a unico spiovente; due colonnine e una trave lo appoggiano al muretto, che ha aperture laterali. La parte inferiore della facciata, che è appunto la più antica, ha due finestre con grate molto particolari e un bel portoncino gotico a sesto acuto, che porta un’ iscrizione – “Questa chiesa fu costruita l’ ultimo giorno di maggio del 1461” – e un’ elegante decorazione a bassorilievo con fogliame e spirali; c’è chi dice che tale portale facesse parte d’un preesistente castello della zona. Sempre sotto il portico, residui di affreschi.
L’ interno è privo di testimonianze interessanti, a esclusione d’un volto affrescato emerso sulla parete sinistra.
All’ altare maggiore, una Madonna in trono col Bambino, San Giovanni Nepomuceno (invocato durante le inondazioni) e San Rocco (invocato durante le epidemie); fu dipinta non molto dopo il 1748, anno appunto di un’ alluvione.
Curiosità. Notare la pietra su cui posa il muretto del portico a sinistra. Forse è una roccia affiorante, forse una pietra di costruzione d’ un edificio ancora più antico?
La campana originale, detta “Giacomina” si trova attualmente nella torre del vecchio Municipio. Tale campana, del sec.XV, è una delle poche salvate dalle requisizioni compiute dai tedeschi nel 1918, che avevano bisogno di bronzo per la fabbricazione di cannoni.


CHIESA DI SAN FLORIANO frazione Cella a Forni di Sopra, monumento nazionale.

chiesa san floriano forni di sopra

Questa chiesetta, monumento nazionale, è posta su uno sperone, in vista del corso del Tagliamento (le cui sorgenti sono poco a monte del paese). Si ha notizia di una chiesa in questo sito già relativamente al 1309 ma la costruzione che oggi vediamo è in sostanza della seconda metà del sec.XV. E’ a pianta rettangolare, col presbiterio a pianta quadrata. La facciata, intonacata e con pietre angolari a vista, ha un campaniletto a vela rialzato, a monofora, molto antico. Il tetto é ricoperto da scandole di legno. La costruzione ha orientamento est-ovest, ripetendo quindi quello dell’edificio originario che, in base a ciò, è confermato essere molto antico. L’interno è una festa per gli occhi e lo spirito, grazie agli affreschi di Gianfrancesco da Tolmezzo e alla rara e rutilante pala del Bellunello. Nel soffitto, diviso in quattro grandi losanghe convergenti verso un bottone centrale, ci sono i Dottori della Chiesa: Ambrogio, Agostino, Gerolamo e Gregorio Magno, che sono tra le cose più belle del Maestro per il modellato possente e i colori squillanti. Nei quattro triangoli, otto mezzi busti di giovani valletti reggono lunghissimi filatteri a volùte, che si direbbero però di mano di qualche allievo, per la minore pregnanza costruttiva. In una galleria a portico sono i 12 Apostoli preceduti da San Floriano. Questo Santo, che veniva ritenuto protettore contro gli incendi e le inondazioni, era molto popolare in Carnia e in tutto il Friuli. Nato nel Norico e convertitosi al Cristianesimo, incontrò il martirio mentre si recava a Lorch, nel tentativo di salvare dall’eccidio quaranta correligionari condannati a morte. Fu flagellato e ucciso, e il corpo gettato nel fiume Enns. Le figure di questi affreschi sono possenti, dalle forti caratterizzazioni somatiche e dai colori scuri e precisi. Nel piano superiore c’è un loggiato con Santi a mezzo busto. Nella parete nord: Pantaleone, Giovanni Battista, Sebastiano, Rocco e Vitale. Nella parete interrotta dalla finestra, e che forse è la più bella: Bernardo, Francesco, Gottardo e Nicolò. Nella parete sud: Osvaldo, Lorenzo, Antonio Abate. L’intradosso ci presenta otto Sante, figurette fresche e vivaci. C’è chi ha pensato alla presenza, qui, del Pordenone come aiuto di Gianfrancesco da Tolmezzo.
La pala del Bellunello, ritrovata dopo un furto subito nel 1972, è un polittico a otto scomparti, con elegante cornice dell’epoca. A destra in basso ci sono la firma e la data: 1480. Ci presenta San Floriano vestito da cavaliere, con un modellino di castello in preda alle fiamme nella mano destra. Il fuoco era uno dei grandi flagelli di tutti questi paesi di montagna, a causa delle costruzioni quasi interamente di legno e dei lunghi mesi di freddo che costringevano a tenere il focolare quasi sempre acceso. Ai lati, alcune figure a tre quarti: Sant’Orsola e le compagne, Santa Caterina d’ Alessandria con Santa Barbara e Santa Dorotea.
Nel secondo piano, a mezzo busto, i Santi Nicolò, Antonio Abate a sinistra, San Vilfredo e Sant’Osvaldo a destra. In alto, nelle cuspidi, Cristo risorto con ai lati l’ Arcangelo Gabriele e l’ Annunciata. E’ una delle opere più compiute e meglio conservate del Bellunello. In questa chiesa ci sono celebrazioni solenni il giorno di San Floriano, il 4 di maggio. Curiosità: in uno degli affreschi a destra della porticina d’ ingresso laterale, è rappresentata una chiesa che, a quanto si tramanda, è la raffigurazione della Parrocchiale com’era all’epoca dell’affresco stesso. Nei periodi estivi, al suo interno, vengono allestite delle mostre sacre a cura della parrocchia di Forni di Sopra.


 CHIESA DEI SANTI VITO, MODESTO E CRESCENZA, frazione di Andrazza a Forni di Sopra.

chiesa san vito forni di sopra

Il primo di agosto del 1626 i borghigiani di Andrazza manifestarono alla Comunità il desiderio di avere una loro chiesa da dedicare ai Santi martiri Vito, Modesto e Crescenza. La chiesa sorse vicino alla strada antica, posizionata con l’altare verso il sorgere della vita. Mentre la chiesa prendeva volto lo scultore Gerolamo Comuzzo di Gemona del Friuli creava l’altare, il gioiello che oggi si ammira. Il progetto venne concretizzato in tempi brevi: rettangolare con la piccola sagrestia sul lato destro, intonacato e con il tetto molto spiovente. La facciata mostra l’ingresso, due finestre con gli elementi in pietra scalpellati senza pretese e il campaniletto monoforo. La chiesa venne consacrata nel giugno del 1637. La pennellata di luce che entra dal portone aperto mette in evidenza il pavimento lastricato di pietra nera e rossa; il minuscolo presbitero custodisce l’apprezzabile altare ligneo del Comuzzo e comunica con la sagrestia attraverso una porticina che invita ad un doveroso inchino. Il soffitto della navata, umile e raccolto, mostra la pittura settecentesca raffigurante le Tre Persone Trinitarie. Ogni anno il 15 giugno, festa di San Vito, viene celebrata la Santa Messa solenne serale. Il Santo Vito ebbe da Crescenza il latte e da Modesto l’istruzione. I tre personaggi sono legati da un destino comune, il martirio. Si racconta che Vito ancora giovane subì il carcere in Sicilia nel 294, venne poi liberato dall’ intervento Divino e si stabilì in Lucania assieme alla nutrice ed al maestro. Diocleziano lo conobbe e lo perseguitò per non aver rinnegato la fede.


 Bibliografia: "Le nostre Chiese" di Luciana Pugliese

 


 

 

Le origini di Forni di Sopra

Sintesi Storica dai testi di Mons. Fortunato De Santa

Poco si sa delle origini più antiche di Forni, un’area probabilmente frequentata già in epoca preistorica da popolazioni nomadi, i Carno-Celti provenienti dalle pianure tra il Reno e il Danubio, mentre il dato certo è la presenza romana, attestata dal nome del villaggio capoluogo, Vico, che proviene dal latino vicus, oltre che dal ritrovamento di numerose monete risalenti a quel periodo. Caduto l’Impero romano, la vallata subisce le incursioni delle popolazioni barbare, tra cui un ruolo di primo piano svolgono i Longobardi. Un primo documento scritto che testimonia l’esistenza di un paese risale al 778, con la donazione del duca bavarese Tassilone di Forni e delle sue pertinenze all’abbazia di Sesto al Reghena. Nei quattro secoli successivi non si hanno notizie del villaggio, che probabilmente viveva di una magra economia legata all’agricoltura e all’allevamento, oltre che allo sfruttamento della risorsa forestale. Quasi sicuramente Forni passa poi, nel 967, sotto il controllo del Patriarca d’Aquileia Rodoaldo, ma per avere un altro documento ufficiale che attesti la presenza di un villaggio nell’alta Valle del Tagliamento, bisogna aspettare il 1224, quando viene fissato il confine tra Forni di Sotto e Claut. Lontano dalle rotte commerciali e di scarso interesse economico, la gestione del territorio veniva lasciata a feudatari e signorotti locali, obbligati soltanto a essere fedeli e pagare dei tributi al patriarca; per il resto, erano questi personaggi a decidere, per mezzo della figura del gastaldo, delle sorti degli abitanti, creando a volte non pochi malumori. Passano i secoli, la storia fa il suo corso, ma qui tutto sembra rimanere immutato, un angolo quasi dimenticato dove i signori locali controllano un territorio buono solo a ricevere qualche tributo, lasciando la poca popolazione a soffrire di fame, a morire di peste e malattie, a doversi arrangiare per sfamare la famiglia. È un periodo di cui si sa poco, secoli in cui la Carnia viene “scossa” solo dalle liti tra paesi vicini, dal cambio del signore locale, da questioni legate a dazi e possedimenti. Un guizzo di “notorietà” arriva solo nel XVI secolo, quando l’imperatore Massimiliano scende dalla Germania ed entra in conflitto con la Repubblica di Venezia, che aveva allora esteso il suo controllo su quasi tutta l’area del Friuli e del Veneto. È proprio uno dei signori di Forni, Girolamo Savorgnan, a opporsi con audacia all’invasore, sconfiggendolo in Cadore dopo aver valicato il Passo della Mauria in pieno inverno. In questa e nelle battaglie che seguirono, presero parte anche alcuni valorosi abitanti di “Forno”, tanto da essere lodati pubblicamente. Passata la guerra, e “sconfitta” la peste del 1511, la vita per gli abitanti di Forni riprende uguale, ossia duro lavoro, liti continue con i villaggi vicini, fame.
Proprio nell'Anno 1511 un pellegrino transitò per Forni di Sopra, avendo come meta la locale Chiesa di San Floriano Martire ed il Santuario di Sant'Osvaldo Re e Martire di Sauris di Sotto. Egli portò l'annuncio della peste che infieriva su vastissime zone al di qua e al di la dell'Arco Alpino nonché in vaste aree d’Europa, decimando le popolazioni. I Fornesi, terrorizzati, si appellarono alla protezione Divina mediante l’intercessione della Beata Vergine Maria promettendole, come voto qualora fossero stati preservati dalla pestilenza, di dedicarle una Cappella. Ottenuto il sospirato beneficio, fedeli alla loro promessa onorarono riconoscenti il voto fatto. Nell'Anno Domini 1515, tra l'attuale Santuario della Madonna della Salute ed il Torrente Tollina costruirono un “Oratorio Campestre”, da subito chiamato “al Capitèl dala Madona dala Salût”, dove raffigurarono la Madonna della Salute con ai lati i Martiri Rocco e Sebastiano. La notizia del voto e del modesto Oratorio si sparse velocemente nelle vicine zone di Cadore, Carnia e Val Tramontina e questo
divenne oggetto di numerosi pellegrini per una preghiera, un'invocazione, per chiedere una grazia.
È solo con l’inizio del XVII secolo che la vita inizia a migliorare, quando nascono le prime industrie l’agricoltura migliora e diventa più redditizia, nonostante alcune devastanti inondazioni. Caduta nel 1797 la Serenissima, il paese di Forni viene incorporato al Cadore dai francesi, che opprimo la popolazione con continui saccheggi e requisizioni, riportando gli abitanti a uno stato di grande povertà. Che per fortuna termina nel 1815 con l’annessione all’Impero austro-ungarico, che vede Forni rinconquistare una certa autonomia e ricostituirsi quel tessuto di agricoltori e piccola industria che era stato quasi annientato dal dominio francese. Dopo un cinquantennio di relativa calma, Forni e la Carnia tutta passano sotto il Regno d’Italia, migliorano le infrastrutture, e inizia una prima forma di frequentazione turistica. Sconvolta dagli eventi della Grande Guerra, con il fronte che passa a breve distanza sul confine con l’Austria, la Valle del Tagliamento viene invasa dalle truppe imperiali dopo Caporetto, vivendo quasi un anno di grande miseria. Passata quasi indenne dal secondo conflitto mondiale, terminate le ostilità, la vita a Forni riprende con i ritmi di un tempo, con il turismo che torna ad affacciarsi su una vallata ancora incontaminata e dalla natura rigogliosa. Ma al contrario di altri luoghi sulle Alpi, qui lo sviluppo turistico non è immediato e caotico, ma si preferisce puntare sulla lentezza, sulla valorizzazione delle risorse e della cultura locale. Nel 1973 nascono i primi semi del futuro Parco naturale delle Dolomiti Friulane, che vedrà concretizzarsi l’area protetta nel 1990 con il Parco delle Prealpi Carniche, mentre l’istituzione ufficiale del Parco delle Dolomiti Friulane è del 1996. Un parco vissuto come un’opportunità, come fonte di reddito – economico, ma anche sociale – dagli abitanti dei paesi. Oggi Forni di Sopra e tutta l’alta Valle del Tagliamento si presentano con un territorio ricco di possibilità per un turismo attivo, dove tradizioni, natura, paesaggi e gastronomia si sposano in un felice connubio.


 

Documento: Le origini di Forni di Sopra secondo gli scritti di Monsignor Fortunato De Santa.

Affatto ignote ci sono le origini dei due Forni Savorgnani: ma dalle toponomastiche induzioni e dalle monete qua e là scavate, si può con fondata probabilità farle risalire all’era romana. Basterebbe a comprovarlo l’etimologia di Vico, da vicus - villaggio capoluogo del comune di Forni di Sopra, e una delle frazioni di Forni di Sotto, oltre il nome di varie località che si potrebbero addurre, tutti derivati dal latino, ed in fatto di monete basta ricordare fra le altre, una recente dell’imperator Gordiano (sec. III) ritrovata nelle vicinanze di Andrazza. 
Caduto l’impero romano (476 d.C.) anche questa vallata subì le varie incursioni dei barbari, che con i Longobardi, lasciarono le loro tracce in parecchi sarcofaghi che qui si rinvennero, contenenti fra le molte ossa, delle fibule, degli spilli e degli altri ornamenti caratteristici di quei popoli. 
Il primo documento per che irrefragabilmente ci attesta l’esistenza di uno dei due paesi,l’abbiamo in una donazione fatta l’anno 778 dal duca Tassilone (1) all’abbazia di Sesto. Questo Tassilone era Duca di Baviera, discendente dalla stirpe degli Agilulfi, il quale ad istigazione della propria moglie Luitberga figlia di Desiderio, essendosi ribellato a Carlo Magno, fu da questi deposto e rinchiuso in un chiostro. Con quest’atto di donazione il Duca cede all’abbazia di Sesto, a suffragio dell’anima del suo Re, il villaggio di Forni con sue pertinenze: 
«Nel nome del Signore Iddio e Salvator Nostro Gesù Cristo, felicemente regnante 1’Eccellentissimo Signor Nostro Re Carlo l’anno secondo dacchè occupò l’Austria, nel mese di Gennaio, Indizione prima: e della Signora Nostra, da me con timore e tremore a nominarsi, Beata Santa Maria Genitrice del Signor Nostro Gesù Cristo, Io Masselione per l’aiuto della Misericordia del Signore Duca, se lo merito, vostro donatore ed offerente; do, dono ed offro alla predetta Santa Chiesa situata nella località di Sesto, ossia a voi Beato Abbate e Monaci quivi dimoranti, ad utilità del Pio Signor Nostro Re Carlo e suffragio dell’anima sua; un villaggio situato fra i monti che si chiama Forni con tutte le sue adiacenze o pertinenze quali sono le terre, i casali, i prati, i pascoli, i boschi, i pomiferi, i monti, le acque,gli stavoli, le case, i cortili, il ferro ed il rame col più grande e più piccolo peculio, coi mobili ed immobili alle stesse case appartenenti, o che nostri uomini conoscono avere in loro mani; come appartenevano alla regia corte a noi commessa; ad utilità dell’anima mia, ed a splendore stabilità ed incremento del Regno del Signor Nostro Carlo; stante che, come abbiamo sopra stabilito, si fa lecito a questo Santo e Venerabile luogo da oggi in poi di tenere e possedere la predetta donazione, senza che alcuno possa inquietarlo e contradirlo, e se qualcuno ardirà turbare la donazione predetta soggiaccia di sborsare venti Marchi (Mancoseos) d’oro al Signor Re che sarà in quel tempo, e tuttavia la donazione rimanga valida e ferma.
       Io Orso Notaio comandato da Masselione, per aiuto di Dio Duca, scrissi, sottoscrissi, e rilessi in sua presenza e completai seguente pagina di donazione e di offerta; come nei nostri e nei futuri tempi a Voi Beato Abbate o successori vostri sia lecito tranquillamente possedere, nella qual pagina di donazione ci facciamo di mano propria il segno della santa Croce». 
Da quest’atto di donazione emerge anzitutto che un villaggio dei Forni fu giurisdizionalmente soggetto all’abbazia di Sesto, e fra due propenderei a ritenere essere il villaggio di Forni di Sopra, perché appunto nel suo territorio vi ha una località ancor oggidì chiamata Badia, e Cella chiamasi pur oggi una sua frazione. In secondo luogo risulta dall’atto stesso, che in quel tempo vi erano nel territorio delle miniere di ferro e di rame, il che verrebbe pur confermato dal nome stesso di Forni. Tali miniere però vennero forse del tutto esaurite per modo che oggi non si può decifrare il luogo di loro antica esistenza. 
Pel corso di oltre quattro secoli non si trovano altri documenti che accennino ai Forni Savorgnani, ad eccezione del castello di Forno più volte ricordato prima ancora del secolo X. Veramente, furono ben tre i castelli nei Forni Savorgnani; uno situato a nord-ovest di Forni di Sotto in una prominenza denominata tuttora Çiastelàt, l’altro in Forni di Sopra in una collina fra le frazioni di Cella ed Andrazza denominata tuttora Cuol di Çiastiel, ed un terzo situato a sud-est di Andrazza sopra una prominenza denominata Sacuidic. Quest’ultimo sembra essere stato un semplice castello di vedetta ivi costruito per sorvegliare la strada sottostante che era posta in riva al Tagliamento. Essendo poi desso stato distrutto per incendio, e non essendosi ritrovato negli scavi che alcuni piccoli aquileiesi (2) non si può con sicurezza decifrare l’epoca di fondazione; ma si hanno però dei dati che ci fan credere che non risalga oltre il secolo XII. Un altro adunque deve essere il castello di Forno, ricordato, come dissi, prima ancora del secolo X; ma quale fosse fra gli altri due, non si hanno dati per poter con certezza definire.  

castello di sacuidic

Gli attuali resti del castello medievale di Sacuidic (in alcuni scritti è indicato come Saquidic ed anche Sacquidic)


Sebbene però, come sopra accennai, non si posseggano documenti riguardanti il paese nei susseguenti quattro secoli, è nullameno fondato il supporre che il paese abbia seguito le vicende dell’abbazia a cui era soggetto; e perciò fra i ventidue villaggi compresi nella concessione fatta l’anno 967 da Ottone I al Patriarca d’Aquileia Rodoaldo, si può arguire essere stato altresì compreso il villaggio di Forni. Ad ogni modo egli è certo che al cominciare del secolo XIII i due comuni stavano già sotto il dominio Patriarcale; e nel 1224, nel qual anno si fissarono i confini tra Forni di Sotto ed il comune di Claut, figura già un gastaldo del Patriarca Bertoldo fra i testimoni. I Patriarchi però tenevano in se solo l’alto dominio, ed investivano della giurisdizione del paese dei feudatari o signorotti, che loro si vincolavano in tempo di guerra, pagavano il landemio ed un annuo tributo. Fra i feudatari dei Forni troviamo ricordati: nel 1277 un Diopoldo, un Francesco, un Raimondo ed un Verna; e più tardi un Mainardo ed un Arnoldo. Ci vengono pure ricordati un Sturido, un Bartolomeo e Zuffone, un Paolo, ed un Raimondino. Ci si presentano poi investiti dai Patriarchi di masserie speciali nel territorio di Forni fra il 1253 ed il 1255 un Guarnieri di Artegna, certo Stefano di Zegliacco, certo Enrico di Mels ed un Rogerino da Milano. Nel 1300 troviamo investito della Signoria di Forni certo Francesco di Socchieve che si obbliga solennemente cogli abitanti dei due comuni di mantenerli nell’esercizio di tutti i loro diritti e delle consuetudini che suo padre Leonardo ed Arnoldo quondam Mainardo aveano antecedentemente rispettato (3). 
Morto questo Francesco, fu dal Patriarca investito della giurisdizione di Forni certo Gualtiero quondam Ermano di Nonta contro del quale reclamarono al Patriarca gli abitanti ed insieme ad essi i figli del predetto Francesco. Si lamentavano che egli fosse venale nelle cause, e che nelle sentenze a lui sfavorevoli, dal meriga si appellasse agli stessi suoi vassali. Dicevano che non voleva mai mandare ad effetto una sentenza, già pronunciata, e che molte controversie le decideva a proprio arbitrio. Il Patriarca fece esaminare i loro reclami da frate Giovanni abbate di Rosazzo, che udite le parti, sentenziò che Gualtiero non potesse a suo arbitrio molestare gli abitanti di Forni; ma udire e difendere le ragioni di ognuno, e pronunciar sentenza giusta gli statuti locali, ed una volta pronunciata mandarla ad effetto, salvo sempre il diritto d’appello vicendevole fra i due comuni, od in III istanza dal Patriarca, come era stato sempre anticamente praticato. Tal sentenza fu pronunciata in Gemona l’anno 1320. Sei anni dopo questo Gualtiero vendette per 150 marchi doppi di moneta aquileiese i castelli e la giurisdizione di Forni ad Ettore Savorgnano, che da quel punto serbò per quasi cinque secoli nella propria stirpe il dominio; donde ne venne ai due comuni l’appellativo di Forni Savorgnani. 
Questi feudatari dipendevano, come dissi più sopra, dai Patriarchi dai quali dovevano ripetere l’investitura ad ogni mutamento di dominio. Essi pero non risiedevano nei paesi, ma tenevano nei due comuni un gastaldo che veniva eletto dalla vicinia e confermato dal Signore a cui prestava giuramento «di far le cose utili, lecite e necessarie al comune e di tenere le ragioni dei loro patroni e dei loro legittimi rappresentanti». Unitamente al meriga che allo stesso modo veniva eletto e confermato dal Signore ed ai giurati decideva le liti in prima istanza. L’appello (II istanza) si faceva a vicenda fra i due comuni; e i delitti di sangue e le decisioni in ultimo appello, (III istanza) erano riservati al feudatario. Se poi fosse insorta lite con altri comuni, o si avessero dei reclami contro lo stesso feudatario, era riservata la decisione al Patriarca, e cessato il dominio patriarcale al Luogotenente della Repubblica; i quali fungevano, anche nelle altre cause, da Corte Suprema. 
Il meriga era tenuto a dar subita partecipazione di ogni delitto al Signore, ad eccezione delle semplici offese personali per le quali prima di denunciarle dovea lasciar passare le 24 ore, onde le parti potessero, meglio pensando ai loro casi, rappacificarsi. Se poi trattavasi di fatti di sangue doveano essere denunciati anche se casuali e non imputabili all’autore. E siccome non di rado avveniva che tali fatti fossero celati dal meriga per evitare le noie ed i dispendi di quei lunghi processi; fin dal 1560 si incominciò a consegnare ai gastaldi dei due paesi due libri numerati e segnati carta per carta col bollo Savorgnano in cui doveano essere registrati tutti i fatti accaduti e le denuncie fatte con le relative date e testimoni sotto pena di L. 100 ad ogni ommissione. Nei casi di morte violenta o di ferita con pericolo dovea curare che il ferito od il cadavere fesse visitato da un chirurgo assistito da un notaio che di mano propria vi scrivesse il suo giudizio. Tali libri poi venivano ogni anno visitati dal Capitano di Osoppo nella visita che faceva a nome dei Savorgnani ai due comuni. Nei giudizi oltre al rispetto ai pubblici ufficiali, si esigeva il massimo rispetto a Dio onnipotente come anco alla Vergine et ai Santi, e chi avesse ardito pronunciar contro di essi una bestemmia cadeva irremissibilmente nella pena di Marca una etiam ad arbitrio del Giudice secondo la qualità della bestemmia.  
Così formava materia di giudizio la violazione del precetti della Chiesa. Se, a mo d’esempio, qualcuno, salvo i casi di necessità avesse ardito di lavorare la festa cadeva nella pena di L. 2.00 (del 1640). 
Oltre gli affari giudiziari, il meriga presiedeva altresì agl’interessi amministrativi del comune. Tali interessi venivano trattati in vicinia che era costituita dalla riunione e dal voto di tutti i capifamiglia del paese, e si riuniva in Forni di Sopra sulla piazza della fontana ed in Forni di Sotto sul colle di S. Martino. In queste vicinie, oltre il meriga ed il gastaldo, venivano eletti tutti gli altri pubblici ufficiali; ed eventualmente venivano pure eletti dei procuratori speciali nelle loro liti, ed in tempi di caristie, degli incaricati speciali per la provvista in comune dei generi alimentari. Deliberavano inoltre in queste vicinie sul buon governo dei boschi, sul godimento dei pascoli e delle malghe, sugl’interessi delle Chiese, sull’assestamento delle strade, sullo sgombro delle nevi e sugli acquisti o vendite d’interesse comune. In vicinia si prescrivevano pure certe formalità giuridiche o si proscrivevano degli abusi invalsi nel foro.  
Se ci facciamo poi a considerare l’andamento economico dei due paesi, sebbene tre secoli or sono contassero unitamente appena 1200 abitanti, ci si presenta un quadro di desolante miseria. Salvo i pochi artisti indispensabili al conviver sociale e qualche tessitore che si portava a lavorare nelle vicine città, vediamo l’industria quasi affatto trascurata. I prodotti dei campi fino al secolo passato coltivati puramente ad orzo, a segale ed a fava, davano loro il vitto per due mesi appena, ed i frutti della pastorizia doveano supplire al restante. E per di più vi erano mille gravami, mille livelli da pagare. Vi erano dei livelli col monastero di Gemona (1376-1253), ve ne erano naturalmente coi feudatari ai quali, almeno nei tre ultimi secoli, ogni paese pagava. L. 98.00 per la sola decima, vi erano dei livelli per le Chiese e fin dal 1449 si facevano dei molti generali alle Chiese di San Giacomo e S. Floriano in. Forni di Sopra, come si continuano tuttora. E poi vi erano i dazii di muda nel trasporto delle derrate, i dazii di beccaria, la tassa della macina, del campatico e andate dicendo. Dippiù stava a loro carico il mantenimento delle proprie cernide in tempo di guerra, stava a loro carico il riatto e la manutenzione delle strade, lo sgombro delle nevi, e la somministrazione dei cariaggi pei pubblici servigi a norma dei bisogni. E quasi tutto questo non bastasse, si aggiungevano le spese delle frequentissime ed interminabili liti che sostenevano coi paesi limitrofi e bene spesso fra i due medesimi comuni di Forni.
 
Nel secolo XIII oltre le questioni di giurisdizione ecclesiastica fra i due comuni che fu portata fino al Pontefice Innocenzo III; vi fu la questione per confini tra Forni di Sotto ed il comune di Claut, questione che fu risolta nel 1224. Nel secolo seguente oltre la collisione, già ricordata, con Gualtiero di Nonta, nel 1320, e la recrudescenza della questione ecclesiastica fra i due comuni che si agitò nel 1347; vi fu col Codore la famosa questione pel monte Mauria. Pagan Savorgnano vantava la giurisdizione, e Forni di Sopra il dominio di esso monte, dominio e giurisdizione che loro veniva contestata dal popolo Cadorino. Il Patriarca delegò giudice in tal controversia il nobiluomo Signor Giacomo Marnet Marchese d’Istria, ma non potendo egli pei molteplici suoi affari assumersi tale incarico; il Patriarca incaricò a far sentenze in questione il Capitano del Codore certo Alessandro Brugno. Egli assunse dieci uomini cadorini dei più anziani e disinteressati in questione, e convocò sopraluogo il Savorgnano con dieci uomini integerrimi di Forni di Sopra, ed udite le ragioni di parte; decretò che il Rio Stabio ed il torrente Torre segnassero i confini fra i due paesi. L’atto di terminazione fu scritto sopra luogo, e precisamente sulle sorgenti del Tagliamento il 6 giugno 1353. Tale questione però rincrudì venti anni dopo sotto il Patriarca Marquardo che commise di riedifinire tal lite a Rinaldo della Porta; e di nuovo si agitò nel seguente secolo dal 1435 al 1441 pel riatto della strada, e nel 1484 in causa dei pascoli e finalmente nel 1609 pel taglio di un bosco sul Mauria stesso. Anzi avendo in allora quei di Forni tentato di opporsi al taglio; nell’Aprile di detto anno, uscì tosto una gran moltitudine di Cadorini armati di tutto punto e sterminarono detto bosco. Là colsero fra gli altri un povero fabbro di Forni, e caricatolo di percosse, lo rinchiusero tutto malconcio per ben tre mesi in prigione, finché dal Capitano e dai Savorgnani fu di comune accordo definitivamente appianata ogni questione. 
Nel tempo stesso che, ritornando al secolo XIII, Forni di Sopra si agitava per la questione del Mauria; gemeva pure sotto gli orrori della fame. Scoppiata nel 1348 l’orribile pestilenza che desolò l’intera provincia e spopolò dei villaggi nella Carnia; tennero dietro alcuni anni di orribile carestia, ed era ancor recente la memoria dei due flagelli che sopravennero pei poveri abitanti le angarie del terzo flagello: la guerra. 
Morto il Patriarca Marquardo veniva eletto in sua vece nel 1381 il Cardinale Filippo d’Alansone; ma tosto contro il nuovo eletto si schierò una fazione di sediziosi a capo dei quali si pose il Savorgnano Federico. Dopo varie lotte sostenute contro il partito del Patriarca nel Friuli; il Savorgnano entrò nella Carnia, fece capitolare Tolmezzo e proseguì pel canale di Socchieve alla conquista del Codore. «Ma prevedendo, (riporto quasi le testuali parole di una antica promemoria) che l’impresa del Codore sarebbe riuscita difficile in riguardo del prossimo inverno che suole in quelle parti montuose apportare gran quantità di neve, impedimento notabile nella condotta degli eserciti; sospese a miglior stagione il proseguirla. Ma trattenendosi il Savorgnano di quartiere quella stagione nella Carnia (probabilmente nei suoi possessi di Forni), maneggiò secretamente la resa del Codore. Per meglio facilitare l’esito vi spedì alcuni fidali del suo castello di Forno sotto pretesto di trattare come solevano, affari di merci, e concretarono la resa. Filippone della Torre che era stato posto dal Patriarca Capitano del Codore, venne a tradimento fatto prigioniero e così senza spargimento di sangue anche il Codore prese le parti del Savorgnano».
 Nel 1412 questi paesi dovettero di nuovo sostenere angherie e forse vessazioni dagli Ungari qui passati col Misitino per l’occupazione del Cadore; essendo più che probabile che i due paesi si sieno schierati con. Tristano loro Signore a sostenere le parti della Repubblica. In questo secolo dal 1465 al 1471 dovettero pure fornir cernide per far fronte alle varie incursioni dei Turchi; ed oltre le guerre, non mancarono neppure in esso le collisioni, ma si agitarono con più violenza che mai fra i due stessi Comuni di Forni.  
Vi furono delle questioni nel 1406 in causa di confini, che si prestò ad appianarle certo Nicolò da Venzone, ne furono nel 1420 per pascoli nella località di Daguossas, nel 1488 pel monte Fluattas che Tristan Savorgnano decretò che fosse goduto da Forni di Sopra dal giorno di S. Michele a tutto Maggio, e riservò gli altri mesi per Forni di Sotto. Ma la grande questione che si agitò in questo secolo fra i due paesi fu la smembrazione delle due parrocchie.  
Già, come accennai, fin dal 1205 si era agitata la questione qual delle due Chiese, se cioè quella di S. Maria in Forni di Sopra o quella di S. Maria e Martino in Forni di Sotto, dovesse esserne la matrice. La controversia fu inoltrata al Pontefice Innocenzo III che delegò giudice in questione il Vescovo di Belluno e Feltro Turisini. Convocate le parti, ed affermando i procuratori di Forni di Sopra che la loro e chiesa era di antichissima data chiesa battesimale e matrice di tutte le altre chiese sia di propria pertinenza che di quelle di Forni di Sotto, asserendo invece i procuratori di Forni di Sotto il contrario, dopo esaminati i titoli, e pesate le ragioni delle parti; sentenziò che venga riconosciuta per Matrice la Chiesa di S. Maria e Martino di Forni di Sotto, e che perciò un sacerdote di detta chiesa dovesse portarsi in Forni di Sopra per la benedizione solenne del battistero il Sabbato Santo e la Vigilia di Pentecoste. Vi fu in seguito bensì, nel 1347 un nuovo screzio in argomento ma tuttavia le cose procedettero relativamente calme fino al 1445. In quell’anno, dietro istanza del comune di Forni di Sopra. che in quel tempo avea una maggior popolazione di Forni di Sotto, il Cardinal Lodovico Mezzarotta Patriarca di Aquileia elevava la lor Chiesa di S. Maria in pievana dipendente direttamente dal Patriarca. S’opposero tosto a tal decreto il pievano ed i Sindaci di Forni di Sotto, ma nel 1448, per opera specialmente di Giovanni da Pistorio, aderirono con un concordato all’erezione di Forni di Sopra in pievania rurale esigendo ottanta ducati a beneficio della prebenda parrocchiale di Forni di Sotto. Tale accordo venne giurato dalle parti e tosto dal Patriarca confermato. Ma una frazione di malcontenti che trasse tosto alla propria parte i Sindici ed il Pievano stesso, porse reclamo al Patriarca, dicendo che per tale concordato veniva seriamente compromessa la pubblica tranquillità, pel litigi, e poi disordini che nascevano per questa causa nei due comuni. Il Patriarca incaricò il proprio Vicario certo Guarnero di Artegna di appurare la cosa ed egli, troppo credulo ai malcontenti, nella speranza di tranquillizzare gli animi, annullò nel 1449 il concordato e rimise le cose nello stato primiero. Ma questo non fece che inasprire la controversia. Imperciocchè gli abitanti di Forni di Sopra, per mezzo del loro Sindaco, l’erudito notaio Nicolò Buliola, ricorsero a Roma, ed il Pontefice Nicolò V nell’anno 1451 delegò giudice in questione il canonico Giovanni di Maniago. Questi meglio appurate le cose ed udite e discusse le ragioni di parte, confermò pienamente l’accordo, e dichiarò la chiesa di S. Maria di Forni di Sopra affatto immune da qualunque soggezione a Forni di Sotto; obbligando però quel comune a sborsare entro tre anni al Parroco di Forni di Sotto gli ottanta ducati. Che se: il Parroco di Forni di Sotto si rifiutasse di accettarli, li mettessero in deposito presso una persona solvente. Tale sentenza fu pronunciata l’anno 1455, ma anche contro di essa reclamarono quelli di Forni di Sotto dicendo di voler ricorrere con migliori informazioni al Pontefice, e prima di ottenere una sentenza definitiva venne l’anno 1470.  
In allora il Vicario Patriarcale Andrea Vescovo di Ferentino impose una buona volta di. farla finita, e confermò di nuovo l’accordo del 1448, aggiungendo agli ottanta ducati da sborsarsi al Parroco di Forni di Sotto altri venti per l’affitto. Ma che? Il Parroco si rifiuta di accettarli e si deve nuovamente porsi in lite, finché l’anno 1478 il Vicario Patriarcale ordinò che i cento ducati si investissero in tanta rendita dalla quale provenisse al Parroco di Forni di Sotto un reddito di cinque annui ducati, e venne nominato a primo Parroco di Forni di Sopra un certo Bernardo. Ossequienti a tal mandato quelli di Forni di Sopra versano tale importo al Savorgnano che chiede garante per l’annuo livello, certo Bernardino Sbroiavacca nobiluomo udinese. Ma quelli di Forni di Sotto protestano di nuovo, -dicendo che il Savorgnano, essendo loro Signore, metteva reverenza nella riscossione, e lo Sbroiavacca essendo troppo distante rendeva loro gravoso il rimborso. Di nuovo si mettono in lite e finalmente nel 1494 il Vicario Capitolare certo Geronimo impose fine ad ogni lite, dichiarando valido il deposito fatto e minacciandoli delle pene ecclesiastiche se avessero ardito ancora di porre innanzi tal questione. Avendo nulla meno nel 1512 il Pievano di Forni di Sotto Sebastiano de Signoribus dovuto di nuovo porsi in lite per due affitti lasciati dal Savorgnano e dallo Sbroiavacca in arretrato; il livello fu estinto, ed investito in tanti beni stabili nel comune stesso di Forni.  
Il secolo XVI si aprì con la discesa di Massimiliano imperatore contro la Repubblica Veneta, (1508) ed uno dei principali condottieri che si oppose alla calata dei Tedeschi fu Girolamo Savorgnan. Incominciò egli a prender parte alla guerra nel Cadore, e da Forni nel pieno inverno entrò per il Mauria in Lorenzago in aiuto dell’Alviano. I due prodi generali sconfissero pienamente il nemico nella celebre battaglia di Rusecco avvenuta fra i paesi di Tai e Valle di Cadore. Nel Giugno 1509 i Tedeschi col loro duce Anhalt per il Mauria entrarono nuovamente nel Codore, ma giunti a Domegge, furono dai Cadorini e Veneziani nuovamente sconfitti a Vallesella. Nel 1512 fu fatta una tregua, ma riprese tosto le ostilità, ben presto tutta la provincia cadde sotto il Tedesco ad accezione del castello di Osoppo validamente difeso dal Savorgnano; ma per opera di questo mutate ben presto le sorti, il Tedesco fu. decisamente sconfitto e la patria fu libera. A queste guerre, oltre le 100 lancie allestite, presero parte anche in persona alcuni valorosi di Forni, e ne furono altamente lodati dal Luogotenente, e questa loro prodezza e fedeltà veniva sempre inserita nelle istanze che fecero nel 1520 per l’esenzione dai lavori nel ponte d’Ariis, e nel  1522 per l’esenzione dell’imposta dei galeotti. Al flagello della guerra si unì anche ora la peste, che ricomparve nella provincia l’anno 1511. Anche i due villaggi di Forni restarono grandemente intimoriti, come si esprime un’antica memoria, dal pestial flagello che da vicino incrassava e già cominciava a patire il paese; per cui fecero voto in Forni di Sopra di costruire un sacello sacro alla B. Vergine della salute, che con l’unite immagini di S. Rocco di S. Sebastiano costrussero nel 1515; in Forni di Sotto decretarono di erigere un sacello in onore di San Rocco e fu eretto nel 1521, e subito il paese sentì il beneficio della liberazione da un tal flagello.  
Nemmeno in questo secolo mancarono le liti. Vi furono delle liti col Savorgnano nel 1520-22 e di nuovo nel 1564. Vi furono liti fra due comuni nel 1560 pel bosco della Ruodia, e due anni dopo per la strada di Rio Verde. La manutenzione della strada che da questo rio si estendeva sino ai confini di Ampezzo, stava a carico del comune di Forni di Sopra, e dal rio Fielda (Vignorosa} sino alla chiesa di S. Antonio del Corso a carico del comune di Forni di Sotto. Contro quest’indebito gravame i due paesi aveano fin dal 1422 protestato; e nel 1467 e di nuovo nel 1470, la Serenissima condannò il comune di Ampezzo alla manutenzione della strada fino al proprio confine. Restava ancora per Forni di Sopra gravame indebito la strada del Rio Verde, e per essa incominciò a litigare con Forni di Sotto, lite che fu chiusa il 26 Settembre 1562. Forni di Sotto fu costretto ad assumere la manutenzione, ma Forni di Sopra dovette sobbarcarsi al tronco di strada che dal Marodia giunge a Mezzavia nonchè sborsare a Forni Inferiore ottanta Ducati a titolo d’indennizzo. 
Litigarono inoltre fra loro nel 1580 per pascoli e Forni di Sopra sostenne nel 1575 con Cimolais una lite per confini. 
Ma in sullo scorcio del secolo sopraggiunsero pei due paesi alcune annate di orribile carestia. Fin dal 1571 Forni Sotto era costretto a ricorrere ad un prestito in comune per provvista di grano, e nel 1596 Forni di Sopra ricorreva ad un prestito di ben 500 Ducati dalla Monaca Cristina Zorzi. Il peggio si era che i popoli circonvicini aveano stretto una specie di monopolio sulle derrate, a segno che nel 1578 dovette intromettersi lo stesso Luogotenente a regolarne i contratti: e nel 1590 la miseria era ridotta a tal punto che il Luogotenente Donà dovette proibire sotto pena di bando e di galera ai creditori di far esecuzioni per debiti privati fino al venturo raccolto.  
Salvo la guerra avvenuta fra la Repubblica e l’Arciduca Ferdinando sul primordio, il secolo seguente passò senza fatti d’arme; ma pei nostri due comuni non mancarono le liti e le intestine discordie. 
Litigarono per essere esonerati dal concorrere alla costruzione della fortezza di Osoppo, e ne furono dal Luogotenente dispensati nel 1630. Otto anni dopo essendo stati di nuovo molestati per tale aggravio, si misero in aperta ribellione e respinsero le stesse lettere d’invito, per cui furono in una Ducale della Serenissima severamente comminati. Litigarono per la esenzione dei dazii di muda contro Ampezzo e Pieve di Cadore; litigarono per l’esenzione dall’imposta dei galeotti ed ottennero, come nel 1522, un nuovo sgravio nel 1655. Litigarono finalmente per essere separati, nei dazii di macina, dal resto della Carnia; e nel 1656 furono dal doge Bertucio Valerio esauditi, anzi vennero ridotti Dazii di macina pei due Forni V. L. 343.18. 
Comunquesia questo secolo segnò un progresso pei due paesi. Vediamo infatti l’industria tessile vieppiù estendersi e l’istruzione progredire. Vi sono nei due paesi parecchi notai per opera dei quali in Forni di Sotto nel 1606, e nel 1640 in Forni di Sopra incominciarono a compilarsi gli Statuti o Regole che formavano un codice di regolamento interno dei due paesi; e sulla fine del secolo vengono pure sistemati dal parroco De Micheli i redditi della prebenda parrocchiale di Forni di Sopra. La fine però di questo secolo venne funestala dalla terribile inondazione dell’Agosto 1692. 
Veramente vi furono altri luttuosi disastri in questo secolo, e resterà sempre memorabile l’anno 1632 nel quale i due villaggi furono devastati da Terribili inondazioni, ma desse sono un nulla raffronto alla ricordata inondazione del 1692.
«Due giorni e due notti continue. (Così la descrive il Grassi), fu tanta e sì furiosa pioggia che parea fossero aperte le cateratte del ciclo e gli abissi della terra. Scaturirono fonti dove prima non erano e col tuonare tremò la terra: perlochè entrò spavento tale negli uomini che molti credettero essere già arrivata la fine del mondo». 
«E da questa impetuosa escrescenza dei torrenti, (così si esprime in una lettera del 1713 il Doge Giovanni Cornelio), furono innondate le strade, gli edifici e le Chiese, furono devastate ville e divorati terreni in monte ed in piano; e perciò si è giustamente commossa la pietà pubblica e con paterna predilezione e concorsa in suffragio degli occorrenti ripari calcolati per la somma di Ducati 170.000; condonando per due decenni il dazio della macina». 
Da questo condono però esteso per 28 anni a tutta la Carnia, furono esclusi i due Forni Savorgnani siccome dalla Carnia stessa separati. Non già che qui non si avessero a lamentare gravi danni: che a prova basta ricordare il subissamento di Buarta, paese situato quasi ai confini di Forni di Sotto, dove perirono gran parte degli abitanti; ed il Tagliamento, essendogli dalla valanga, intercettato il passaggio, avea dovuto retrocedere formando un gran lago. Tanto e vero che meglio esaminate e ponderate le cose, nel 1707 anche questi due comuni furono compresi nell’indulto.  
Sebbene però questa inondazione avesse dovuto al certo serbarsi memorabile per molti secoli, la sua ricordanza fu per Forni di Sopra ben presto cancellta, da un’altra ancor più memorabile avvenuta nel 1748. Dessa fu causata da un nubifragio che all’improvviso, come si esprime un cronista contemporaneo, «ingrossò l’acqua del Tollina siffattamente che diroccò dai fondamenti la canonica col l’orto contiguo ed appena il Piovano potè salvar la vita restando qual naufrago coi puri e soli abiti che teneva indosso. In. questa inondazione perirono sommerse tutte le memorie dei Battizii Sposalizii e Mortori in un con quanto racchiudevasi nella predetta canonica divenuta ludibrio e bersaglio delle onde altiere». Insieme alla canonica l’impeto della corrente asportò altre 14 case che formavano il borgo Cià di Pavon, e produsse dovunque tali danni, che a perennarne la memoria, il giorno 18 Agosto ogni anno si usa qui dare un segno col tocco di tutte le campane. 
Salvo la lite contro Tolmezzo pel pontasio in sul principio, e quella sostenuta dal comune di Forni di Sopra contro i fratelli Schiaulini per la riconfinazione del 1796 in sulla fine, questo secolo passò abbastanza tranquillo pei due comuni. Le industrie continuarono a prosperare, si diffuse la coltivazione del granoturco e delle patate, e l’agricoltura coltivata coi nuovi prodotti su più vasta scala, pose un argine alle frequenti carestie da cui venivano spesso travagliati per il passato. Forni di Sotto si approfittava di questa sua prosperità per costruire nel 1736 la piccola chiesetta di S. Rocco, e nel 1775 dava mano alla costruzione della Nuova Chiesa parrocchiale che in un decennio portava a compimento. Consacrata nel 1790 questa chiesa possiede ben tre corpi santi, cioè quello di S. Celestino M. posseduto fin dal 1775, quello di S. Minia M. collocato nel 1821, e quello di San Istercoria nel 1885. Oltre l’antica chiesa di S. Lorenzo, che vanta 5 secoli almeno di antichità, avvi ancora in Forni di Sotto la Chiesa della B.V. della Pietà che fu ristorata nel 1824. Approfittando di questo benessere economico, Forni di Sopra edificava nel 1776 il suo magnifico campanile ed in seguito i due paesi affrancavano nel 1799 ogni loro livello di decima coi Savorgnani; ma questa loro prosperità svanì ben presto proprio in sul finire del secolo.
Caduta nel 1797 la Repubblica Veneta i due paesi di Forni furono dal governo Francese incorporati al Cadore: e tosto incominciarono le famose requisizioni che dai carri, dai buoi e dal fieno, finirono con le camicie, le coperte da letto e l’argenteria delle Chiese. 
«E da queste fatali requisizioni ed aggravi come si esprime una delibera del 15 settembre 1802 del comune di Forni di Sopra, ebbe principio il consumo di parte delle vizze e boschi componenti il di lui patrimonio. Le cause, (continua), in appresso sostenute, la confinazione dei beni comunali ed altri impegni, cagionarono altra buona parte d’esterminio dei boschi, e finalmente i generali e replicati ripartimenti di biave e di denaro in questi anni di malattie e di penuria cagionarono l’ultimo esterminio a questo loro unico patrimonio». 
Costituito nel 1815 il regno Lombardo-Veneto, Forni di Sopra per sollevare la miseria da cui gli abitanti erano oppressi, passava ad una suddivisione di parte dei beni comunali, ma la miseria si aggravava e si rendeva orribile negli anni 1816-17-18. Sopravvennero poi annate di abbondanza e di quiete, e di queste Forni di Sopra si approfittava per costruire la sua vasta Chiesa parrocchiale nel sessennio 1835-41 e tosto nel triennio 1849-52 costruiva la Chiesa della B. V. della Salute. Oltre queste due chiese e quella di S. Floriano fin sul principio ricordata, che vanta quasi sei secoli di antichità, vi e la Chiesa di S. Vito in Andrazza costruita nel 1626, e di nuovo ristaurata nel 1742, essendo in parte insieme a cinque case vicine distrutta da un incendio, e quella di S. Giacomo in Vico. Quest’ultima chiesa di antichissima data fu restaurata nel 1461 come si rileva dall’iscrizione gotica posta in sulla porta maggiore Anno Domini MCCCCLXI die ultimo mensa Madij aedificata finiti haec Ecclesia.  
Salvo la insurrezione del 1848 a cui presero parte i due paesi con la resistenza al Passo della Morte; non successero fatti d’armi di sorte; e perciò vieppiù andarono qui prosperando l’istruzione e l’industria. Ed oggidì grazie ai numerosi ed intelligenti artisti che girano l’Europa e per fin la lontana America, grazie all’istituzione di quattro floride latterie sociali, grazie alle facili comunicazioni apportate dalla nuova strada passata nazionale nel maggio 1881, ed ai vari forastieri che nella stagione estiva vengono a respirare quest’aria balsamica; le condizioni locali sono di gran lunga avvantaggiate, e tutto ci dà a sperare che un prospero avvenire ci faccia scordar la passata miseria.  
Monsignor Fortunato De Santa

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 (1)        Masselio che in luogo di Tasselio leggesi sul documento, è certo un errore dell’amanuense, essendo assai facile nel gotico confondere la T maiuscola con una M. Ma come va, se giusta il de Rubeis, nell’epoca stessa figura tra i duchi Marcario, mentre Masselione non si riscontra fra tutti i duchi del Friuli? Potrà dirsi un errore dell’amanuense? Ma fra Masselio e Marcarius è troppo sensibile la differenza. Si dirà forse apocrifo il documento? Ma il definir tale un documento riportato da tutte le stampe ad lites esistenti in questi due comuni, e sempre se gelosamente conservato presso i Nob. Lirutti come genuino, anzi convalidato dai nomi di varie località (badia - cella ecc.) che confermano su questi due comuni la giurisdizione abbaziale, sarebbe temerarietà. Invece di Masselione non potrebbe leggersi Tasselione, che fu tra i duchi di Baviera? E nel caso, quale relazione ebbe la Baviera coi Forni Savorgnani e colla badia di Sesto? E’ un punto assai arduo da definire.
(2)         Moneta spicciola che fu in corso dal 1204 al 1420.
(3)    Tali diritti riguardavano le vicinie e la nomina del meriga.


 


 


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