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Le origini di Forni di Sopra:

Poco si sa delle origini più antiche di Forni, un’area probabilmente frequentata già in epoca preistorica da popolazioni nomadi, i Carno-Celti provenienti dalle pianure tra il Reno e il Danubio, mentre il dato certo è la presenza romana, attestata dal nome del villaggio capoluogo, Vico, che proviene dal latino vicus, oltre che dal ritrovamento di numerose monete risalenti a quel periodo. Caduto l’Impero romano, la vallata subisce le incursioni delle popolazioni barbare, tra cui un ruolo di primo piano svolgono i Longobardi. Un primo documento scritto che testimonia l’esistenza di un paese risale al 778, con la donazione del duca bavarese Tassilone di Forni e delle sue pertinenze all’abbazia di Sesto al Reghena. Nei quattro secoli successivi non si hanno notizie del villaggio, che probabilmente viveva di una magra economia legata all’agricoltura e all’allevamento, oltre che allo sfruttamento della risorsa forestale. Quasi sicuramente Forni passa poi, nel 967, sotto il controllo del Patriarca d’Aquileia Rodoaldo, ma per avere un altro documento ufficiale che attesti la presenza di un villaggio nell’alta Valle del Tagliamento, bisogna aspettare il 1224, quando viene fissato il confine tra Forni di Sotto e Claut. Lontano dalle rotte commerciali e di scarso interesse economico, la gestione del territorio veniva lasciata a feudatari e signorotti locali, obbligati soltanto a essere fedeli e pagare dei tributi al patriarca; per il resto, erano questi personaggi a decidere, per mezzo della figura del gastaldo, delle sorti degli abitanti, creando a volte non pochi malumori. Passano i secoli, la storia fa il suo corso, ma qui tutto sembra rimanere immutato, un angolo quasi dimenticato dove i signori locali controllano un territorio buono solo a ricevere qualche tributo, lasciando la poca popolazione a soffrire di fame, a morire di peste e malattie, a doversi arrangiare per sfamare la famiglia. È un periodo di cui si sa poco, secoli in cui la Carnia viene “scossa” solo dalle liti tra paesi vicini, dal cambio del signore locale, da questioni legate a dazi e possedimenti. Un guizzo di “notorietà” arriva solo nel XVI secolo, quando l’imperatore Massimiliano scende dalla Germania ed entra in conflitto con la Repubblica di Venezia, che aveva allora esteso il suo controllo su quasi tutta l’area del Friuli e del Veneto. È proprio uno dei signori di Forni, Girolamo Savorgnan, a opporsi con audacia all’invasore, sconfiggendolo in Cadore dopo aver valicato il Passo della Mauria in pieno inverno. In questa e nelle battaglie che seguirono, presero parte anche alcuni valorosi abitanti di “Forno”, tanto da essere lodati pubblicamente. Passata la guerra, e “sconfitta” la peste del 1511, la vita per gli abitanti di Forni riprende uguale, ossia duro lavoro, liti continue con i villaggi vicini, fame.
Proprio nell'Anno 1511 un pellegrino transitò per Forni di Sopra, avendo come meta la locale Chiesa di San Floriano Martire ed il Santuario di Sant'Osvaldo Re e Martire di Sauris di Sotto. Egli portò l'annuncio della peste che infieriva su vastissime zone al di qua e al di la dell'Arco Alpino nonché in vaste aree d’Europa, decimando le popolazioni. I Fornesi, terrorizzati, si appellarono alla protezione Divina mediante l’intercessione della Beata Vergine Maria promettendole, come voto qualora fossero stati preservati dalla pestilenza, di dedicarle una Cappella. Ottenuto il sospirato beneficio, fedeli alla loro promessa onorarono riconoscenti il voto fatto. Nell'Anno Domini 1515, tra l'attuale Santuario della Madonna della Salute ed il Torrente Tollina costruirono un “Oratorio Campestre”, da subito chiamato “al Capitèl dala Madona dala Salût”, dove raffigurarono la Madonna della Salute con ai lati i Martiri Rocco e Sebastiano. La notizia del voto e del modesto Oratorio si sparse velocemente nelle vicine zone di Cadore, Carnia e Val Tramontina e questo
divenne oggetto di numerosi pellegrini per una preghiera, un'invocazione, per chiedere una grazia.
È solo con l’inizio del XVII secolo che la vita inizia a migliorare, quando nascono le prime industrie l’agricoltura migliora e diventa più redditizia, nonostante alcune devastanti inondazioni. Caduta nel 1797 la Serenissima, il paese di Forni viene incorporato al Cadore dai francesi, che opprimo la popolazione con continui saccheggi e requisizioni, riportando gli abitanti a uno stato di grande povertà. Che per fortuna termina nel 1815 con l’annessione all’Impero austro-ungarico, che vede Forni rinconquistare una certa autonomia e ricostituirsi quel tessuto di agricoltori e piccola industria che era stato quasi annientato dal dominio francese. Dopo un cinquantennio di relativa calma, Forni e la Carnia tutta passano sotto il Regno d’Italia, migliorano le infrastrutture, e inizia una prima forma di frequentazione turistica. Sconvolta dagli eventi della Grande Guerra, con il fronte che passa a breve distanza sul confine con l’Austria, la Valle del Tagliamento viene invasa dalle truppe imperiali dopo Caporetto, vivendo quasi un anno di grande miseria. Passata quasi indenne dal secondo conflitto mondiale, terminate le ostilità, la vita a Forni riprende con i ritmi di un tempo, con il turismo che torna ad affacciarsi su una vallata ancora incontaminata e dalla natura rigogliosa. Ma al contrario di altri luoghi sulle Alpi, qui lo sviluppo turistico non è immediato e caotico, ma si preferisce puntare sulla lentezza, sulla valorizzazione delle risorse e della cultura locale. Nel 1973 nascono i primi semi del futuro Parco naturale delle Dolomiti Friulane, che vedrà concretizzarsi l’area protetta nel 1990 con il Parco delle Prealpi Carniche, mentre l’istituzione ufficiale del Parco delle Dolomiti Friulane è del 1996. Un parco vissuto come un’opportunità, come fonte di reddito – economico, ma anche sociale – dagli abitanti dei paesi. Oggi Forni di Sopra e tutta l’alta Valle del Tagliamento si presentano con un territorio ricco di possibilità per un turismo attivo, dove tradizioni, natura, paesaggi e gastronomia si sposano in un felice connubio.


 

Documento: Le origini di Forni di Sopra secondo gli scritti di Monsignor Fortunato De Santa.

Affatto ignote ci sono le origini dei due Forni Savorgnani: ma dalle toponomastiche induzioni e dalle monete qua e là scavate, si può con fondata probabilità farle risalire all’era romana. Basterebbe a comprovarlo l’etimologia di Vico, da vicus - villaggio capoluogo del comune di Forni di Sopra, e una delle frazioni di Forni di Sotto, oltre il nome di varie località che si potrebbero addurre, tutti derivati dal latino, ed in fatto di monete basta ricordare fra le altre, una recente dell’imperator Gordiano (sec. III) ritrovata nelle vicinanze di Andrazza. 
Caduto l’impero romano (476 d.C.) anche questa vallata subì le varie incursioni dei barbari, che con i Longobardi, lasciarono le loro tracce in parecchi sarcofaghi che qui si rinvennero, contenenti fra le molte ossa, delle fibule, degli spilli e degli altri ornamenti caratteristici di quei popoli. 
Il primo documento per che irrefragabilmente ci attesta l’esistenza di uno dei due paesi,l’abbiamo in una donazione fatta l’anno 778 dal duca Tassilone (1) all’abbazia di Sesto. Questo Tassilone era Duca di Baviera, discendente dalla stirpe degli Agilulfi, il quale ad istigazione della propria moglie Luitberga figlia di Desiderio, essendosi ribellato a Carlo Magno, fu da questi deposto e rinchiuso in un chiostro. Con quest’atto di donazione il Duca cede all’abbazia di Sesto, a suffragio dell’anima del suo Re, il villaggio di Forni con sue pertinenze: 
«Nel nome del Signore Iddio e Salvator Nostro Gesù Cristo, felicemente regnante 1’Eccellentissimo Signor Nostro Re Carlo l’anno secondo dacchè occupò l’Austria, nel mese di Gennaio, Indizione prima: e della Signora Nostra, da me con timore e tremore a nominarsi, Beata Santa Maria Genitrice del Signor Nostro Gesù Cristo, Io Masselione per l’aiuto della Misericordia del Signore Duca, se lo merito, vostro donatore ed offerente; do, dono ed offro alla predetta Santa Chiesa situata nella località di Sesto, ossia a voi Beato Abbate e Monaci quivi dimoranti, ad utilità del Pio Signor Nostro Re Carlo e suffragio dell’anima sua; un villaggio situato fra i monti che si chiama Forni con tutte le sue adiacenze o pertinenze quali sono le terre, i casali, i prati, i pascoli, i boschi, i pomiferi, i monti, le acque,gli stavoli, le case, i cortili, il ferro ed il rame col più grande e più piccolo peculio, coi mobili ed immobili alle stesse case appartenenti, o che nostri uomini conoscono avere in loro mani; come appartenevano alla regia corte a noi commessa; ad utilità dell’anima mia, ed a splendore stabilità ed incremento del Regno del Signor Nostro Carlo; stante che, come abbiamo sopra stabilito, si fa lecito a questo Santo e Venerabile luogo da oggi in poi di tenere e possedere la predetta donazione, senza che alcuno possa inquietarlo e contradirlo, e se qualcuno ardirà turbare la donazione predetta soggiaccia di sborsare venti Marchi (Mancoseos) d’oro al Signor Re che sarà in quel tempo, e tuttavia la donazione rimanga valida e ferma.
       Io Orso Notaio comandato da Masselione, per aiuto di Dio Duca, scrissi, sottoscrissi, e rilessi in sua presenza e completai seguente pagina di donazione e di offerta; come nei nostri e nei futuri tempi a Voi Beato Abbate o successori vostri sia lecito tranquillamente possedere, nella qual pagina di donazione ci facciamo di mano propria il segno della santa Croce». 
Da quest’atto di donazione emerge anzitutto che un villaggio dei Forni fu giurisdizionalmente soggetto all’abbazia di Sesto, e fra due propenderei a ritenere essere il villaggio di Forni di Sopra, perché appunto nel suo territorio vi ha una località ancor oggidì chiamata Badia, e Cella chiamasi pur oggi una sua frazione. In secondo luogo risulta dall’atto stesso, che in quel tempo vi erano nel territorio delle miniere di ferro e di rame, il che verrebbe pur confermato dal nome stesso di Forni. Tali miniere però vennero forse del tutto esaurite per modo che oggi non si può decifrare il luogo di loro antica esistenza. 
Pel corso di oltre quattro secoli non si trovano altri documenti che accennino ai Forni Savorgnani, ad eccezione del castello di Forno più volte ricordato prima ancora del secolo X. Veramente, furono ben tre i castelli nei Forni Savorgnani; uno situato a nord-ovest di Forni di Sotto in una prominenza denominata tuttora Çiastelàt, l’altro in Forni di Sopra in una collina fra le frazioni di Cella ed Andrazza denominata tuttora Cuol di Çiastiel, ed un terzo situato a sud-est di Andrazza sopra una prominenza denominata Sacuidic. Quest’ultimo sembra essere stato un semplice castello di vedetta ivi costruito per sorvegliare la strada sottostante che era posta in riva al Tagliamento. Essendo poi desso stato distrutto per incendio, e non essendosi ritrovato negli scavi che alcuni piccoli aquileiesi (2) non si può con sicurezza decifrare l’epoca di fondazione; ma si hanno però dei dati che ci fan credere che non risalga oltre il secolo XII. Un altro adunque deve essere il castello di Forno, ricordato, come dissi, prima ancora del secolo X; ma quale fosse fra gli altri due, non si hanno dati per poter con certezza definire.  

castello di sacuidic

Gli attuali resti del castello medievale di Sacuidic (in alcuni scritti è indicato come Saquidic ed anche Sacquidic)


Sebbene però, come sopra accennai, non si posseggano documenti riguardanti il paese nei susseguenti quattro secoli, è nullameno fondato il supporre che il paese abbia seguito le vicende dell’abbazia a cui era soggetto; e perciò fra i ventidue villaggi compresi nella concessione fatta l’anno 967 da Ottone I al Patriarca d’Aquileia Rodoaldo, si può arguire essere stato altresì compreso il villaggio di Forni. Ad ogni modo egli è certo che al cominciare del secolo XIII i due comuni stavano già sotto il dominio Patriarcale; e nel 1224, nel qual anno si fissarono i confini tra Forni di Sotto ed il comune di Claut, figura già un gastaldo del Patriarca Bertoldo fra i testimoni. I Patriarchi però tenevano in se solo l’alto dominio, ed investivano della giurisdizione del paese dei feudatari o signorotti, che loro si vincolavano in tempo di guerra, pagavano il landemio ed un annuo tributo. Fra i feudatari dei Forni troviamo ricordati: nel 1277 un Diopoldo, un Francesco, un Raimondo ed un Verna; e più tardi un Mainardo ed un Arnoldo. Ci vengono pure ricordati un Sturido, un Bartolomeo e Zuffone, un Paolo, ed un Raimondino. Ci si presentano poi investiti dai Patriarchi di masserie speciali nel territorio di Forni fra il 1253 ed il 1255 un Guarnieri di Artegna, certo Stefano di Zegliacco, certo Enrico di Mels ed un Rogerino da Milano. Nel 1300 troviamo investito della Signoria di Forni certo Francesco di Socchieve che si obbliga solennemente cogli abitanti dei due comuni di mantenerli nell’esercizio di tutti i loro diritti e delle consuetudini che suo padre Leonardo ed Arnoldo quondam Mainardo aveano antecedentemente rispettato (3). 
Morto questo Francesco, fu dal Patriarca investito della giurisdizione di Forni certo Gualtiero quondam Ermano di Nonta contro del quale reclamarono al Patriarca gli abitanti ed insieme ad essi i figli del predetto Francesco. Si lamentavano che egli fosse venale nelle cause, e che nelle sentenze a lui sfavorevoli, dal meriga si appellasse agli stessi suoi vassali. Dicevano che non voleva mai mandare ad effetto una sentenza, già pronunciata, e che molte controversie le decideva a proprio arbitrio. Il Patriarca fece esaminare i loro reclami da frate Giovanni abbate di Rosazzo, che udite le parti, sentenziò che Gualtiero non potesse a suo arbitrio molestare gli abitanti di Forni; ma udire e difendere le ragioni di ognuno, e pronunciar sentenza giusta gli statuti locali, ed una volta pronunciata mandarla ad effetto, salvo sempre il diritto d’appello vicendevole fra i due comuni, od in III istanza dal Patriarca, come era stato sempre anticamente praticato. Tal sentenza fu pronunciata in Gemona l’anno 1320. Sei anni dopo questo Gualtiero vendette per 150 marchi doppi di moneta aquileiese i castelli e la giurisdizione di Forni ad Ettore Savorgnano, che da quel punto serbò per quasi cinque secoli nella propria stirpe il dominio; donde ne venne ai due comuni l’appellativo di Forni Savorgnani. 
Questi feudatari dipendevano, come dissi più sopra, dai Patriarchi dai quali dovevano ripetere l’investitura ad ogni mutamento di dominio. Essi pero non risiedevano nei paesi, ma tenevano nei due comuni un gastaldo che veniva eletto dalla vicinia e confermato dal Signore a cui prestava giuramento «di far le cose utili, lecite e necessarie al comune e di tenere le ragioni dei loro patroni e dei loro legittimi rappresentanti». Unitamente al meriga che allo stesso modo veniva eletto e confermato dal Signore ed ai giurati decideva le liti in prima istanza. L’appello (II istanza) si faceva a vicenda fra i due comuni; e i delitti di sangue e le decisioni in ultimo appello, (III istanza) erano riservati al feudatario. Se poi fosse insorta lite con altri comuni, o si avessero dei reclami contro lo stesso feudatario, era riservata la decisione al Patriarca, e cessato il dominio patriarcale al Luogotenente della Repubblica; i quali fungevano, anche nelle altre cause, da Corte Suprema. 
Il meriga era tenuto a dar subita partecipazione di ogni delitto al Signore, ad eccezione delle semplici offese personali per le quali prima di denunciarle dovea lasciar passare le 24 ore, onde le parti potessero, meglio pensando ai loro casi, rappacificarsi. Se poi trattavasi di fatti di sangue doveano essere denunciati anche se casuali e non imputabili all’autore. E siccome non di rado avveniva che tali fatti fossero celati dal meriga per evitare le noie ed i dispendi di quei lunghi processi; fin dal 1560 si incominciò a consegnare ai gastaldi dei due paesi due libri numerati e segnati carta per carta col bollo Savorgnano in cui doveano essere registrati tutti i fatti accaduti e le denuncie fatte con le relative date e testimoni sotto pena di L. 100 ad ogni ommissione. Nei casi di morte violenta o di ferita con pericolo dovea curare che il ferito od il cadavere fesse visitato da un chirurgo assistito da un notaio che di mano propria vi scrivesse il suo giudizio. Tali libri poi venivano ogni anno visitati dal Capitano di Osoppo nella visita che faceva a nome dei Savorgnani ai due comuni. Nei giudizi oltre al rispetto ai pubblici ufficiali, si esigeva il massimo rispetto a Dio onnipotente come anco alla Vergine et ai Santi, e chi avesse ardito pronunciar contro di essi una bestemmia cadeva irremissibilmente nella pena di Marca una etiam ad arbitrio del Giudice secondo la qualità della bestemmia.  
Così formava materia di giudizio la violazione del precetti della Chiesa. Se, a mo d’esempio, qualcuno, salvo i casi di necessità avesse ardito di lavorare la festa cadeva nella pena di L. 2.00 (del 1640). 
Oltre gli affari giudiziari, il meriga presiedeva altresì agl’interessi amministrativi del comune. Tali interessi venivano trattati in vicinia che era costituita dalla riunione e dal voto di tutti i capifamiglia del paese, e si riuniva in Forni di Sopra sulla piazza della fontana ed in Forni di Sotto sul colle di S. Martino. In queste vicinie, oltre il meriga ed il gastaldo, venivano eletti tutti gli altri pubblici ufficiali; ed eventualmente venivano pure eletti dei procuratori speciali nelle loro liti, ed in tempi di caristie, degli incaricati speciali per la provvista in comune dei generi alimentari. Deliberavano inoltre in queste vicinie sul buon governo dei boschi, sul godimento dei pascoli e delle malghe, sugl’interessi delle Chiese, sull’assestamento delle strade, sullo sgombro delle nevi e sugli acquisti o vendite d’interesse comune. In vicinia si prescrivevano pure certe formalità giuridiche o si proscrivevano degli abusi invalsi nel foro.  
Se ci facciamo poi a considerare l’andamento economico dei due paesi, sebbene tre secoli or sono contassero unitamente appena 1200 abitanti, ci si presenta un quadro di desolante miseria. Salvo i pochi artisti indispensabili al conviver sociale e qualche tessitore che si portava a lavorare nelle vicine città, vediamo l’industria quasi affatto trascurata. I prodotti dei campi fino al secolo passato coltivati puramente ad orzo, a segale ed a fava, davano loro il vitto per due mesi appena, ed i frutti della pastorizia doveano supplire al restante. E per di più vi erano mille gravami, mille livelli da pagare. Vi erano dei livelli col monastero di Gemona (1376-1253), ve ne erano naturalmente coi feudatari ai quali, almeno nei tre ultimi secoli, ogni paese pagava. L. 98.00 per la sola decima, vi erano dei livelli per le Chiese e fin dal 1449 si facevano dei molti generali alle Chiese di San Giacomo e S. Floriano in. Forni di Sopra, come si continuano tuttora. E poi vi erano i dazii di muda nel trasporto delle derrate, i dazii di beccaria, la tassa della macina, del campatico e andate dicendo. Dippiù stava a loro carico il mantenimento delle proprie cernide in tempo di guerra, stava a loro carico il riatto e la manutenzione delle strade, lo sgombro delle nevi, e la somministrazione dei cariaggi pei pubblici servigi a norma dei bisogni. E quasi tutto questo non bastasse, si aggiungevano le spese delle frequentissime ed interminabili liti che sostenevano coi paesi limitrofi e bene spesso fra i due medesimi comuni di Forni.
 
Nel secolo XIII oltre le questioni di giurisdizione ecclesiastica fra i due comuni che fu portata fino al Pontefice Innocenzo III; vi fu la questione per confini tra Forni di Sotto ed il comune di Claut, questione che fu risolta nel 1224. Nel secolo seguente oltre la collisione, già ricordata, con Gualtiero di Nonta, nel 1320, e la recrudescenza della questione ecclesiastica fra i due comuni che si agitò nel 1347; vi fu col Codore la famosa questione pel monte Mauria. Pagan Savorgnano vantava la giurisdizione, e Forni di Sopra il dominio di esso monte, dominio e giurisdizione che loro veniva contestata dal popolo Cadorino. Il Patriarca delegò giudice in tal controversia il nobiluomo Signor Giacomo Marnet Marchese d’Istria, ma non potendo egli pei molteplici suoi affari assumersi tale incarico; il Patriarca incaricò a far sentenze in questione il Capitano del Codore certo Alessandro Brugno. Egli assunse dieci uomini cadorini dei più anziani e disinteressati in questione, e convocò sopraluogo il Savorgnano con dieci uomini integerrimi di Forni di Sopra, ed udite le ragioni di parte; decretò che il Rio Stabio ed il torrente Torre segnassero i confini fra i due paesi. L’atto di terminazione fu scritto sopra luogo, e precisamente sulle sorgenti del Tagliamento il 6 giugno 1353. Tale questione però rincrudì venti anni dopo sotto il Patriarca Marquardo che commise di riedifinire tal lite a Rinaldo della Porta; e di nuovo si agitò nel seguente secolo dal 1435 al 1441 pel riatto della strada, e nel 1484 in causa dei pascoli e finalmente nel 1609 pel taglio di un bosco sul Mauria stesso. Anzi avendo in allora quei di Forni tentato di opporsi al taglio; nell’Aprile di detto anno, uscì tosto una gran moltitudine di Cadorini armati di tutto punto e sterminarono detto bosco. Là colsero fra gli altri un povero fabbro di Forni, e caricatolo di percosse, lo rinchiusero tutto malconcio per ben tre mesi in prigione, finché dal Capitano e dai Savorgnani fu di comune accordo definitivamente appianata ogni questione. 
Nel tempo stesso che, ritornando al secolo XIII, Forni di Sopra si agitava per la questione del Mauria; gemeva pure sotto gli orrori della fame. Scoppiata nel 1348 l’orribile pestilenza che desolò l’intera provincia e spopolò dei villaggi nella Carnia; tennero dietro alcuni anni di orribile carestia, ed era ancor recente la memoria dei due flagelli che sopravennero pei poveri abitanti le angarie del terzo flagello: la guerra. 
Morto il Patriarca Marquardo veniva eletto in sua vece nel 1381 il Cardinale Filippo d’Alansone; ma tosto contro il nuovo eletto si schierò una fazione di sediziosi a capo dei quali si pose il Savorgnano Federico. Dopo varie lotte sostenute contro il partito del Patriarca nel Friuli; il Savorgnano entrò nella Carnia, fece capitolare Tolmezzo e proseguì pel canale di Socchieve alla conquista del Codore. «Ma prevedendo, (riporto quasi le testuali parole di una antica promemoria) che l’impresa del Codore sarebbe riuscita difficile in riguardo del prossimo inverno che suole in quelle parti montuose apportare gran quantità di neve, impedimento notabile nella condotta degli eserciti; sospese a miglior stagione il proseguirla. Ma trattenendosi il Savorgnano di quartiere quella stagione nella Carnia (probabilmente nei suoi possessi di Forni), maneggiò secretamente la resa del Codore. Per meglio facilitare l’esito vi spedì alcuni fidali del suo castello di Forno sotto pretesto di trattare come solevano, affari di merci, e concretarono la resa. Filippone della Torre che era stato posto dal Patriarca Capitano del Codore, venne a tradimento fatto prigioniero e così senza spargimento di sangue anche il Codore prese le parti del Savorgnano».
 Nel 1412 questi paesi dovettero di nuovo sostenere angherie e forse vessazioni dagli Ungari qui passati col Misitino per l’occupazione del Cadore; essendo più che probabile che i due paesi si sieno schierati con. Tristano loro Signore a sostenere le parti della Repubblica. In questo secolo dal 1465 al 1471 dovettero pure fornir cernide per far fronte alle varie incursioni dei Turchi; ed oltre le guerre, non mancarono neppure in esso le collisioni, ma si agitarono con più violenza che mai fra i due stessi Comuni di Forni.  
Vi furono delle questioni nel 1406 in causa di confini, che si prestò ad appianarle certo Nicolò da Venzone, ne furono nel 1420 per pascoli nella località di Daguossas, nel 1488 pel monte Fluattas che Tristan Savorgnano decretò che fosse goduto da Forni di Sopra dal giorno di S. Michele a tutto Maggio, e riservò gli altri mesi per Forni di Sotto. Ma la grande questione che si agitò in questo secolo fra i due paesi fu la smembrazione delle due parrocchie.  
Già, come accennai, fin dal 1205 si era agitata la questione qual delle due Chiese, se cioè quella di S. Maria in Forni di Sopra o quella di S. Maria e Martino in Forni di Sotto, dovesse esserne la matrice. La controversia fu inoltrata al Pontefice Innocenzo III che delegò giudice in questione il Vescovo di Belluno e Feltro Turisini. Convocate le parti, ed affermando i procuratori di Forni di Sopra che la loro e chiesa era di antichissima data chiesa battesimale e matrice di tutte le altre chiese sia di propria pertinenza che di quelle di Forni di Sotto, asserendo invece i procuratori di Forni di Sotto il contrario, dopo esaminati i titoli, e pesate le ragioni delle parti; sentenziò che venga riconosciuta per Matrice la Chiesa di S. Maria e Martino di Forni di Sotto, e che perciò un sacerdote di detta chiesa dovesse portarsi in Forni di Sopra per la benedizione solenne del battistero il Sabbato Santo e la Vigilia di Pentecoste. Vi fu in seguito bensì, nel 1347 un nuovo screzio in argomento ma tuttavia le cose procedettero relativamente calme fino al 1445. In quell’anno, dietro istanza del comune di Forni di Sopra. che in quel tempo avea una maggior popolazione di Forni di Sotto, il Cardinal Lodovico Mezzarotta Patriarca di Aquileia elevava la lor Chiesa di S. Maria in pievana dipendente direttamente dal Patriarca. S’opposero tosto a tal decreto il pievano ed i Sindaci di Forni di Sotto, ma nel 1448, per opera specialmente di Giovanni da Pistorio, aderirono con un concordato all’erezione di Forni di Sopra in pievania rurale esigendo ottanta ducati a beneficio della prebenda parrocchiale di Forni di Sotto. Tale accordo venne giurato dalle parti e tosto dal Patriarca confermato. Ma una frazione di malcontenti che trasse tosto alla propria parte i Sindici ed il Pievano stesso, porse reclamo al Patriarca, dicendo che per tale concordato veniva seriamente compromessa la pubblica tranquillità, pel litigi, e poi disordini che nascevano per questa causa nei due comuni. Il Patriarca incaricò il proprio Vicario certo Guarnero di Artegna di appurare la cosa ed egli, troppo credulo ai malcontenti, nella speranza di tranquillizzare gli animi, annullò nel 1449 il concordato e rimise le cose nello stato primiero. Ma questo non fece che inasprire la controversia. Imperciocchè gli abitanti di Forni di Sopra, per mezzo del loro Sindaco, l’erudito notaio Nicolò Buliola, ricorsero a Roma, ed il Pontefice Nicolò V nell’anno 1451 delegò giudice in questione il canonico Giovanni di Maniago. Questi meglio appurate le cose ed udite e discusse le ragioni di parte, confermò pienamente l’accordo, e dichiarò la chiesa di S. Maria di Forni di Sopra affatto immune da qualunque soggezione a Forni di Sotto; obbligando però quel comune a sborsare entro tre anni al Parroco di Forni di Sotto gli ottanta ducati. Che se: il Parroco di Forni di Sotto si rifiutasse di accettarli, li mettessero in deposito presso una persona solvente. Tale sentenza fu pronunciata l’anno 1455, ma anche contro di essa reclamarono quelli di Forni di Sotto dicendo di voler ricorrere con migliori informazioni al Pontefice, e prima di ottenere una sentenza definitiva venne l’anno 1470.  
In allora il Vicario Patriarcale Andrea Vescovo di Ferentino impose una buona volta di. farla finita, e confermò di nuovo l’accordo del 1448, aggiungendo agli ottanta ducati da sborsarsi al Parroco di Forni di Sotto altri venti per l’affitto. Ma che? Il Parroco si rifiuta di accettarli e si deve nuovamente porsi in lite, finché l’anno 1478 il Vicario Patriarcale ordinò che i cento ducati si investissero in tanta rendita dalla quale provenisse al Parroco di Forni di Sotto un reddito di cinque annui ducati, e venne nominato a primo Parroco di Forni di Sopra un certo Bernardo. Ossequienti a tal mandato quelli di Forni di Sopra versano tale importo al Savorgnano che chiede garante per l’annuo livello, certo Bernardino Sbroiavacca nobiluomo udinese. Ma quelli di Forni di Sotto protestano di nuovo, -dicendo che il Savorgnano, essendo loro Signore, metteva reverenza nella riscossione, e lo Sbroiavacca essendo troppo distante rendeva loro gravoso il rimborso. Di nuovo si mettono in lite e finalmente nel 1494 il Vicario Capitolare certo Geronimo impose fine ad ogni lite, dichiarando valido il deposito fatto e minacciandoli delle pene ecclesiastiche se avessero ardito ancora di porre innanzi tal questione. Avendo nulla meno nel 1512 il Pievano di Forni di Sotto Sebastiano de Signoribus dovuto di nuovo porsi in lite per due affitti lasciati dal Savorgnano e dallo Sbroiavacca in arretrato; il livello fu estinto, ed investito in tanti beni stabili nel comune stesso di Forni.  
Il secolo XVI si aprì con la discesa di Massimiliano imperatore contro la Repubblica Veneta, (1508) ed uno dei principali condottieri che si oppose alla calata dei Tedeschi fu Girolamo Savorgnan. Incominciò egli a prender parte alla guerra nel Cadore, e da Forni nel pieno inverno entrò per il Mauria in Lorenzago in aiuto dell’Alviano. I due prodi generali sconfissero pienamente il nemico nella celebre battaglia di Rusecco avvenuta fra i paesi di Tai e Valle di Cadore. Nel Giugno 1509 i Tedeschi col loro duce Anhalt per il Mauria entrarono nuovamente nel Codore, ma giunti a Domegge, furono dai Cadorini e Veneziani nuovamente sconfitti a Vallesella. Nel 1512 fu fatta una tregua, ma riprese tosto le ostilità, ben presto tutta la provincia cadde sotto il Tedesco ad accezione del castello di Osoppo validamente difeso dal Savorgnano; ma per opera di questo mutate ben presto le sorti, il Tedesco fu. decisamente sconfitto e la patria fu libera. A queste guerre, oltre le 100 lancie allestite, presero parte anche in persona alcuni valorosi di Forni, e ne furono altamente lodati dal Luogotenente, e questa loro prodezza e fedeltà veniva sempre inserita nelle istanze che fecero nel 1520 per l’esenzione dai lavori nel ponte d’Ariis, e nel  1522 per l’esenzione dell’imposta dei galeotti. Al flagello della guerra si unì anche ora la peste, che ricomparve nella provincia l’anno 1511. Anche i due villaggi di Forni restarono grandemente intimoriti, come si esprime un’antica memoria, dal pestial flagello che da vicino incrassava e già cominciava a patire il paese; per cui fecero voto in Forni di Sopra di costruire un sacello sacro alla B. Vergine della salute, che con l’unite immagini di S. Rocco di S. Sebastiano costrussero nel 1515; in Forni di Sotto decretarono di erigere un sacello in onore di San Rocco e fu eretto nel 1521, e subito il paese sentì il beneficio della liberazione da un tal flagello.  
Nemmeno in questo secolo mancarono le liti. Vi furono delle liti col Savorgnano nel 1520-22 e di nuovo nel 1564. Vi furono liti fra due comuni nel 1560 pel bosco della Ruodia, e due anni dopo per la strada di Rio Verde. La manutenzione della strada che da questo rio si estendeva sino ai confini di Ampezzo, stava a carico del comune di Forni di Sopra, e dal rio Fielda (Vignorosa} sino alla chiesa di S. Antonio del Corso a carico del comune di Forni di Sotto. Contro quest’indebito gravame i due paesi aveano fin dal 1422 protestato; e nel 1467 e di nuovo nel 1470, la Serenissima condannò il comune di Ampezzo alla manutenzione della strada fino al proprio confine. Restava ancora per Forni di Sopra gravame indebito la strada del Rio Verde, e per essa incominciò a litigare con Forni di Sotto, lite che fu chiusa il 26 Settembre 1562. Forni di Sotto fu costretto ad assumere la manutenzione, ma Forni di Sopra dovette sobbarcarsi al tronco di strada che dal Marodia giunge a Mezzavia nonchè sborsare a Forni Inferiore ottanta Ducati a titolo d’indennizzo. 
Litigarono inoltre fra loro nel 1580 per pascoli e Forni di Sopra sostenne nel 1575 con Cimolais una lite per confini. 
Ma in sullo scorcio del secolo sopraggiunsero pei due paesi alcune annate di orribile carestia. Fin dal 1571 Forni Sotto era costretto a ricorrere ad un prestito in comune per provvista di grano, e nel 1596 Forni di Sopra ricorreva ad un prestito di ben 500 Ducati dalla Monaca Cristina Zorzi. Il peggio si era che i popoli circonvicini aveano stretto una specie di monopolio sulle derrate, a segno che nel 1578 dovette intromettersi lo stesso Luogotenente a regolarne i contratti: e nel 1590 la miseria era ridotta a tal punto che il Luogotenente Donà dovette proibire sotto pena di bando e di galera ai creditori di far esecuzioni per debiti privati fino al venturo raccolto.  
Salvo la guerra avvenuta fra la Repubblica e l’Arciduca Ferdinando sul primordio, il secolo seguente passò senza fatti d’arme; ma pei nostri due comuni non mancarono le liti e le intestine discordie. 
Litigarono per essere esonerati dal concorrere alla costruzione della fortezza di Osoppo, e ne furono dal Luogotenente dispensati nel 1630. Otto anni dopo essendo stati di nuovo molestati per tale aggravio, si misero in aperta ribellione e respinsero le stesse lettere d’invito, per cui furono in una Ducale della Serenissima severamente comminati. Litigarono per la esenzione dei dazii di muda contro Ampezzo e Pieve di Cadore; litigarono per l’esenzione dall’imposta dei galeotti ed ottennero, come nel 1522, un nuovo sgravio nel 1655. Litigarono finalmente per essere separati, nei dazii di macina, dal resto della Carnia; e nel 1656 furono dal doge Bertucio Valerio esauditi, anzi vennero ridotti Dazii di macina pei due Forni V. L. 343.18. 
Comunquesia questo secolo segnò un progresso pei due paesi. Vediamo infatti l’industria tessile vieppiù estendersi e l’istruzione progredire. Vi sono nei due paesi parecchi notai per opera dei quali in Forni di Sotto nel 1606, e nel 1640 in Forni di Sopra incominciarono a compilarsi gli Statuti o Regole che formavano un codice di regolamento interno dei due paesi; e sulla fine del secolo vengono pure sistemati dal parroco De Micheli i redditi della prebenda parrocchiale di Forni di Sopra. La fine però di questo secolo venne funestala dalla terribile inondazione dell’Agosto 1692. 
Veramente vi furono altri luttuosi disastri in questo secolo, e resterà sempre memorabile l’anno 1632 nel quale i due villaggi furono devastati da Terribili inondazioni, ma desse sono un nulla raffronto alla ricordata inondazione del 1692.
«Due giorni e due notti continue. (Così la descrive il Grassi), fu tanta e sì furiosa pioggia che parea fossero aperte le cateratte del ciclo e gli abissi della terra. Scaturirono fonti dove prima non erano e col tuonare tremò la terra: perlochè entrò spavento tale negli uomini che molti credettero essere già arrivata la fine del mondo». 
«E da questa impetuosa escrescenza dei torrenti, (così si esprime in una lettera del 1713 il Doge Giovanni Cornelio), furono innondate le strade, gli edifici e le Chiese, furono devastate ville e divorati terreni in monte ed in piano; e perciò si è giustamente commossa la pietà pubblica e con paterna predilezione e concorsa in suffragio degli occorrenti ripari calcolati per la somma di Ducati 170.000; condonando per due decenni il dazio della macina». 
Da questo condono però esteso per 28 anni a tutta la Carnia, furono esclusi i due Forni Savorgnani siccome dalla Carnia stessa separati. Non già che qui non si avessero a lamentare gravi danni: che a prova basta ricordare il subissamento di Buarta, paese situato quasi ai confini di Forni di Sotto, dove perirono gran parte degli abitanti; ed il Tagliamento, essendogli dalla valanga, intercettato il passaggio, avea dovuto retrocedere formando un gran lago. Tanto e vero che meglio esaminate e ponderate le cose, nel 1707 anche questi due comuni furono compresi nell’indulto.  
Sebbene però questa inondazione avesse dovuto al certo serbarsi memorabile per molti secoli, la sua ricordanza fu per Forni di Sopra ben presto cancellta, da un’altra ancor più memorabile avvenuta nel 1748. Dessa fu causata da un nubifragio che all’improvviso, come si esprime un cronista contemporaneo, «ingrossò l’acqua del Tollina siffattamente che diroccò dai fondamenti la canonica col l’orto contiguo ed appena il Piovano potè salvar la vita restando qual naufrago coi puri e soli abiti che teneva indosso. In. questa inondazione perirono sommerse tutte le memorie dei Battizii Sposalizii e Mortori in un con quanto racchiudevasi nella predetta canonica divenuta ludibrio e bersaglio delle onde altiere». Insieme alla canonica l’impeto della corrente asportò altre 14 case che formavano il borgo Cià di Pavon, e produsse dovunque tali danni, che a perennarne la memoria, il giorno 18 Agosto ogni anno si usa qui dare un segno col tocco di tutte le campane. 
Salvo la lite contro Tolmezzo pel pontasio in sul principio, e quella sostenuta dal comune di Forni di Sopra contro i fratelli Schiaulini per la riconfinazione del 1796 in sulla fine, questo secolo passò abbastanza tranquillo pei due comuni. Le industrie continuarono a prosperare, si diffuse la coltivazione del granoturco e delle patate, e l’agricoltura coltivata coi nuovi prodotti su più vasta scala, pose un argine alle frequenti carestie da cui venivano spesso travagliati per il passato. Forni di Sotto si approfittava di questa sua prosperità per costruire nel 1736 la piccola chiesetta di S. Rocco, e nel 1775 dava mano alla costruzione della Nuova Chiesa parrocchiale che in un decennio portava a compimento. Consacrata nel 1790 questa chiesa possiede ben tre corpi santi, cioè quello di S. Celestino M. posseduto fin dal 1775, quello di S. Minia M. collocato nel 1821, e quello di San Istercoria nel 1885. Oltre l’antica chiesa di S. Lorenzo, che vanta 5 secoli almeno di antichità, avvi ancora in Forni di Sotto la Chiesa della B.V. della Pietà che fu ristorata nel 1824. Approfittando di questo benessere economico, Forni di Sopra edificava nel 1776 il suo magnifico campanile ed in seguito i due paesi affrancavano nel 1799 ogni loro livello di decima coi Savorgnani; ma questa loro prosperità svanì ben presto proprio in sul finire del secolo.
Caduta nel 1797 la Repubblica Veneta i due paesi di Forni furono dal governo Francese incorporati al Cadore: e tosto incominciarono le famose requisizioni che dai carri, dai buoi e dal fieno, finirono con le camicie, le coperte da letto e l’argenteria delle Chiese. 
«E da queste fatali requisizioni ed aggravi come si esprime una delibera del 15 settembre 1802 del comune di Forni di Sopra, ebbe principio il consumo di parte delle vizze e boschi componenti il di lui patrimonio. Le cause, (continua), in appresso sostenute, la confinazione dei beni comunali ed altri impegni, cagionarono altra buona parte d’esterminio dei boschi, e finalmente i generali e replicati ripartimenti di biave e di denaro in questi anni di malattie e di penuria cagionarono l’ultimo esterminio a questo loro unico patrimonio». 
Costituito nel 1815 il regno Lombardo-Veneto, Forni di Sopra per sollevare la miseria da cui gli abitanti erano oppressi, passava ad una suddivisione di parte dei beni comunali, ma la miseria si aggravava e si rendeva orribile negli anni 1816-17-18. Sopravvennero poi annate di abbondanza e di quiete, e di queste Forni di Sopra si approfittava per costruire la sua vasta Chiesa parrocchiale nel sessennio 1835-41 e tosto nel triennio 1849-52 costruiva la Chiesa della B. V. della Salute. Oltre queste due chiese e quella di S. Floriano fin sul principio ricordata, che vanta quasi sei secoli di antichità, vi e la Chiesa di S. Vito in Andrazza costruita nel 1626, e di nuovo ristaurata nel 1742, essendo in parte insieme a cinque case vicine distrutta da un incendio, e quella di S. Giacomo in Vico. Quest’ultima chiesa di antichissima data fu restaurata nel 1461 come si rileva dall’iscrizione gotica posta in sulla porta maggiore Anno Domini MCCCCLXI die ultimo mensa Madij aedificata finiti haec Ecclesia.  
Salvo la insurrezione del 1848 a cui presero parte i due paesi con la resistenza al Passo della Morte; non successero fatti d’armi di sorte; e perciò vieppiù andarono qui prosperando l’istruzione e l’industria. Ed oggidì grazie ai numerosi ed intelligenti artisti che girano l’Europa e per fin la lontana America, grazie all’istituzione di quattro floride latterie sociali, grazie alle facili comunicazioni apportate dalla nuova strada passata nazionale nel maggio 1881, ed ai vari forastieri che nella stagione estiva vengono a respirare quest’aria balsamica; le condizioni locali sono di gran lunga avvantaggiate, e tutto ci dà a sperare che un prospero avvenire ci faccia scordar la passata miseria.  
Fortunato De Santa


 (1)        Masselio che in luogo di Tasselio leggesi sul documento, è certo un errore dell’amanuense, essendo assai facile nel gotico confondere la T maiuscola con una M. Ma come va, se giusta il de Rubeis, nell’epoca stessa figura tra i duchi Marcario, mentre Masselione non si riscontra fra tutti i duchi del Friuli? Potrà dirsi un errore dell’amanuense? Ma fra Masselio e Marcarius è troppo sensibile la differenza. Si dirà forse apocrifo il documento? Ma il definir tale un documento riportato da tutte le stampe ad lites esistenti in questi due comuni, e sempre se gelosamente conservato presso i Nob. Lirutti come genuino, anzi convalidato dai nomi di varie località (badia - cella ecc.) che confermano su questi due comuni la giurisdizione abbaziale, sarebbe temerarietà. Invece di Masselione non potrebbe leggersi Tasselione, che fu tra i duchi di Baviera? E nel caso, quale relazione ebbe la Baviera coi Forni Savorgnani e colla badia di Sesto? E’ un punto assai arduo da definire.
(2)         Moneta spicciola che fu in corso dal 1204 al 1420.
(3)    Tali diritti riguardavano le vicinie e la nomina del meriga.